 Into the Wild
di Sean Penn
(USA – 147’- 2007- COLORE)
Con Emile Hirsch, Vince Vaughn, William Hurt, Hal Holbrook
Prod. Paramount Vintage e River Road Film
Il bestseller “Into the wild” di Jon Krakauer - sull’esperienza di Christopher McCandless - Penn lo lesse due volte in una serata e già il giorno dopo si attivò per ottenerne i diritti, arrivati dopo quasi 10 anni col consenso della famiglia McCandless. E Penn - di getto e senza riaprire il libro - ha scritto la sceneggiatura, incontrato i conoscenti di Christopher, ottenuto suoi diari e lettere dalla sorella, prodotto il film e girato per 8 mesi durante i quali Emile Hirsh, per seguire l’evoluzione del ruolo, ha perso quasi 20 chili.
Con Byron, Thoreau, Tolstoj, London (e in camera il poster di Eastwood periodo Leone) come stelle polari, un ragazzo di poco più di 20 anni - di famiglia agiata e brillante neolaureato su politica internazionale - decide di perdersi in una Natura che si trasformerà in trappola.
Suddivisa in capitoli, la pellicola ne sviluppa un ritratto fortemente condizionato da genitori litigiosi e portatori di un devastante segreto. Sorretto da un rigido codice morale, il giovane vuole emanciparsi dalle false sicurezze del materialismo (“i soldi rendono sospettosi”) di una società fatta di cattiveria, giudizi, controllo.
Altruista e vulnerabile egocentrico che dialoga allo specchio (“la fragilità del cristallo è raffinatezza”), la sua è sia una prova interiore (“non conta essere forti, ma sentirsi tali”) che ricerca di verità, bellezza e libertà in qualità di “estremista e viaggiatore esteta” ribattezzatosi “supertramp”.
Penn accosta la componente autodistruttiva alla drammatica conquista di una personale saggezza: la felicità è reale solo quando condivisa.Quasi elemento portante la musica di M. Brooks con testi e voce di Eddie Vedder(F. Raponi - Film up)
Critica "Responsabile anche della sceneggiatura, Penn rompe da subito la continuità spaziale e temporale per ridurre al minimo l'enfasi epica del viaggio e approfondire invece alcuni momenti fondanti di quella esperienza. Come se i vari episodi vissuti dal protagonista, che intanto si fa chiamare Alex Supertramp (il super camminatore), fossero piuttosto delle divagazioni filosofiche sui singoli aspetti della mitologia americana. (...) Penn, che cercava di realizzare questo film da più di dieci anni e che si augura di far battere i cuori dei giovani più velocemente offrendo loro l'indicazione di 'un percorso alla ricerca di una maggior libertà e una minor dipendenza dal confort e dal consumismo', sceglie uno stile di regia che cerca di adattarsi alla varietà dei temi affrontati, modificando continuamente il modo di riprendere, a volte sottolineando la bellezza selvaggia della Natura, altre volte spezzando l'inquadratura come per far dialogare tra loro immagini diverse, altre volte ancora scommettendo tutto sui primissimi piani e la forza espressiva degli attori. Tutti davvero straordinari. Per costringerci, con un drammatico finale che non sveliamo, a fare i conti con l'ultimo 'messaggio' lasciato da Chris: la propria felicità va divisa con gli altri." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera”)
"Nel rievocare il ritorno del ragazzo (...) alle utopie giovanili degli alternativi anni '60, Penn elabora un affresco solenne, solidale e abilmente naif nei confronti delle fatidiche teorie della fuga dalla civiltà o del ritorno alla natura, veristico sino al dettaglio nello stupendo repertorio paesaggistico e perfettamente cadenzato su musica e canzoni di Eddie Vedder, il cantante e paroliere dei Pearl Jam." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 25 ottobre 2007)
"'Into the Wild' di Sean Penn è un film notevole. (...) Gli antecedenti culturali dell'operazione di Penn sono innumerevoli: c'è anche Kerouac ('Sulla strada', come no), ci sono le 'Strade blu' di William Least Heat-Moon, ci sono i vecchi western 'nordici' come il grande cielo o il cacciatore del Missouri. Ma c'è anche una cosa, l'unica davvero folgorante, che Sean ha detto ieri: 'La mia unica esperienza di contatto solitario con la natura risale alla mia gioventù, quando vivevo sulla riva dell'oceano e facevo il surfer'. Come a ha insegnato John Milius, in California essere un surfer non è praticare sport, non è come da noi giocare a pallone. E' una filosofia di vita, è l'appartenenza a una tribù. Ora che sappiamo che è un surfer (sì, 'è', al presente: non si smette mai di essere un surfer) capiamo molte cose di Sean Penn." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 25 ottobre 2007)
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