
Il Divo
Titolo originale: Il Divo
Nazione: Italia
Anno: 2008
Genere: Drammatico
Durata: 110'
Regia: Paolo Sorrentino
Sito ufficiale: www.luckyred.it/ildivo/
Cast: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso, Giorgio Colangeli, Piera Degli Esposti, Alberto Cracco, Lorenzo Gioielli, Paolo Graziosi, Gianfelice Imparato, Massimo Popolizio, Aldo Ralli, Giovanni Vettorazzo
Produzione: Indigo Film, Lucky Red, Parco Film, Babe Film
Distribuzione: Lucky Red
Data di uscita: Cannes 2008
28 Maggio 2008 (cinema)
Trama:
Il film parla di una stagione della vita di Giulio Andreotti, e precisamente del periodo che va dalla fine della sua settima presidenza del consiglio, con all'orizzonte la massima carica istituzionale del paese, all'inizio del processo che lo vede accusato di associazione mafiosa. Impeccabile ed impenetrabile come nessuno, il senatore a vita affronta questa fase della sua esistenza, superando alla fine tutte le prove che la quotidianità, di volta in volta gli proponeva.
Il Divo
Apertura con glossario "italiano", che ha lo scopo di guidare lo spettatore nelle terminologia e cronologia della politica italiana degli anni Novanta; chiusura con lo scorrere delle sentenze dei processi a carico di Giulio Andreotti, senatore a vita, ora ottantanovenne.
Scritte rosso cupo, il colore del sangue verrebbe da dire, perché gli anni Novanta, da cui il film di Paolo Sorrentino prende il via, furono anni tragici per l’Italia, di omicidi e suicidi, di nodi del passato che vennero al pettine, di Tangentopoli, della mafia, di Giovanni Falcone. Anni che si aprono ne Il divo con il VII Governo Andreotti e con un inizio folgorante: una musica vivace e ritmata, orecchiabile, accompagna con piglio surreale una catena di uccisioni, con fiotti di sangue vivo che rammentano le scritte di pochi istanti prima.
Sorrentino concentra il suo sguardo sugli anni che vanno dal 1992 ai processi per collusione con la mafia, tutti conclusi con l’assoluzione, a carico del senatore. Dopo la presentazione della "corrente andreottiana", uno dei momenti più riusciti, per originalità e senso del grottesco, del film, in cui vediamo sfilare, nome e cognome e soprannome, i personaggi che furono lo scudo di quegli anni attorno ad Andreotti, il film miscela pubblico e privato, fornendoci un ritratto dell’uomo politico più potente e longevo, cercando di sondare il mistero Andreotti. Un tutto tondo che, ovviamente, non riesce a penetrarne il segreto, a scalfirne le risposte lapidarie, di un’ironia feroce, di colui che è stato, come disse Indro Montanelli o "il più scaltro criminale o il più grande perseguitato della storia d’Italia".
Paolo Sorrentino, regista e sceneggiatore con la consulenza del giornalista Giuseppe D’Avanzo, ne Il divo riesce (cinematograficamente) quando, con il suo personalissimo stile e una commistione di musiche e immagini, con riprese di primi piani e un uso serrato della macchina da presa, utilizza come chiave di lettura il grottesco, in questo caso forse l’unica chiave interpretativa. Di un uomo, colto nel privato e umanizzato, del Potere che incarnava e che maneggiava.
Fallisce quando cade nelle banalizzazioni degli sketch, delle gag, che paiono una commistione del Bagaglino, e dei fratelli Guzzanti: ma mentre la satira, per essere efficace, deve essere fulminante, una scarica elettrica che arriva e lascia il segno, il prolungamento di certi siparietti da cabaret per 110 minuti alla fine perde il graffio e la forza e, alla lunga, può risultare stancante, senza più impatto.
Un film che lascia malinconici, con questa galleria di personaggi e corruzioni, di morti e stragi e che ci fa uscire dalla sala vergognosi, più che divertiti.
Giulia Baldacci (film up)
Critica "Con 'Il divo' Sorrentino non solo sferra la più violenta accusa alla classe politica italiana vista dai tempi di 'Todo Modo', ma cambia le regole della rappresentazione di quella stessa classe. Siamo in una specie di "quarta dimensione" dove la citazione di nomi, cognomi e soprannomi si mescola con effetto pulp alla deformazione grottesca dei volti, alle immagini d'archivio. E alle sferzanti lettere dalla prigionia di Aldo Moro. L'effetto è potente, a tratti sconcertante. Scrive Moro: 'Andreotti è rimasto indifferente, livido, assente, chiuso nel suo cupo disegno di gloria... Cosa significava davanti a tutto questo il dolore insanabile di una vecchia sposa, lo sfascio di una famiglia, che significava tutto questo per Andreotti una volta conquistato il Potere per fare il Male, come sempre ha fatto il Male nella sua vita? Tutto questo non significava niente'. Intanto la colonna sonora alterna l'elettronica a Vivaldi, i Ricchi e Poveri a Sibelius, ed è questo caos di forme e di registri che ci resta addosso. Che cosa abbiamo visto, una farsa, una tragedia, un film dell'orrore? Chissà, forse non c'era proprio niente da vedere. O magari è il nulla del potere, quello di cui parla Moro nel finale, che Sorrentino e il suo grande cast Servillo, Anna Bonaiuto, Piera Degli Esposti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso ci hanno chiamati a contemplare. (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 23 maggio 2008)
"'Il divo' si apre con la nascita del settimo governo Andreotti e si chiude con il suo rinvio a giudizio per mafia e assassinio, ma il film non vuole essere una ricostruzione cronachistica di quegli anni. Piuttosto mescola e intreccia, con uno stile insolito e sorprendente, pubblico e privato, impressioni e fatti, per restituire l'atmosfera di un periodo cruciale per la storia d' Italia, quello in cui sarebbe nata Tangentopoli e sarebbe morta la Prima Repubblica ma soprattutto in cui il rapporto tra Politica e Paese sarebbe stato più scollato e volatile. Per questo è un film sull'idea di Potere e solo di conseguenza su chi, quel potere, lo incarnò al massimo grado. Sorrentino, che ha scritto da solo la sceneggiatura con la consulenza giornalistica di Giuseppe D'Avanzo, non procede per fatti o denunce, ma piuttosto per immagini, suoni e associazioni visive. La cronologia mescola gli avvenimenti per lasciare all' occhio (più che alla memoria) il compito di guidare lo spettatore, affidando spesso alle donne - la moglie Livia (Anna Bonaiuto, maiuscola), la segretaria Enea (Piera Degli Esposti, altrettanto grande), una nobildonna (Fanny Ardant) - il compito di fare da controcanto alla politica e agli atti pubblici. Non tanto perché sia il privato la chiave con cui svelare i segreti di Andreotti, quanto perché quell'ambito permette al regista maggior libertà e invenzione. In questa logica, il grottesco diventa la chiave estetica per capire il vero volto di una Politica che altrimenti rischierebbe di ridursi a un campionario di gag." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera, 23 maggio 2008)
"Ne 'Il divo' Sorrentino ha fuso con gioiosa irriverenza privato e pubblico, esteriorità ed interiorità, del divo Giulio Andreotti. La versione apocrifa del biopic andreottiano parte dal '91 e l'ex presidente del consiglio è introdotto alla vigilia del suo settimo governo con una sfilza di morti e sangue che nemmeno in un film di gangster. Ci sono tutti i cadaveri eccellenti degli anni '70 e '80: Aldo Moro, Mino Pecorelli, Michele Sindona, Roberto Calvi, Giorgio Ambrosoli, Giovanni Falcone. Ogni morto rappresenta un livello d'intrigo e di denuncia del potere politico italiano. Ogni salma è accompagnata da una scritta rossiccia sempre un po' sbilenca che ne illustra le generalità. E per comune denominatore un pezzo musicale sparato a mille. Si entra dentro a 'Il divo' come si potrebbe entrare nel ritmo vorticoso di 'Quei bravi ragazzi': questione di stile, spesso strabordante. Sorrentino spiega il Glossario italiano fatto di acronimi (BR, P2, DC ecc...) poi si assesta sul viso frontale, di profilo, la gobba del senatore a vita. Carrellate, ralenti, grandangoli dal basso: arrivano gli uomini fidati, quelli delle correnti andreottiane, il circo barnum degli Sbardella, Ciarrapico, Evangelisti, Cirino Pomicino, Salvo Lima. L'allegoria è evidente, il mascheramento degli attori è la trovata del secolo. Non ci sono sosia e nemmeno cloni. Il trucco è scivolare addosso al personaggio raccontato ed entrare e uscire continuamente dalla maschera. Così ci s'immerge nella finzione del film come in una vasca purificatrice delle malefatte della politica italiana dell'ultimo trentennio." (Davide Turrini, 'Liberazione', 24 maggio 2008)
"Il protagonista Toni Servillo è magnifico; sono perfette Piera Degli Esposti e Anna Bonaiuto. Stupendi gli ambienti: la Camera e il Transatlantico molto ben ricreati, i palazzi del potere. Stupende anche le musiche, mix di Vivaldi, Sibelius, Saint Saens e canzoni sentimentali come 'E la chiamano estate' o 'I migliori anni della nostra vita' di Renato Zero." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 23 maggio 2008)
"Altro che film cattivo, come l'ha definito Andreotti. 'Il divo' è una sorta di tsunami che si scaglia contro il senatore a vita e su quarant'anni di regime democristiano. Un cinema capace di descriversi nella migliore tradizione del nostro cinema di impegno civile ma con l'aggiunta di quel pizzico di follia visionaria che Paolo Sorrentino ci ha già fatto conoscere. In quella Roma di intrighi, Vaticano e sfilate di potere fanno addirittura pensare a Fellini. Fin dai titoli di testa 'Il Divo' è una mitragliata di battute, di sarcasmo e denuncia." (Gabriella Gallozzi, 'L'Unità', 23 maggio 2008)
"'Il divo', paradossalmente, involontariamente è un film consolatorio, allontana i fantasmi e i mostri relegandoli al folklore e al passato. Eppure sono ancora qui." (Mariuccia Ciotta, 'Il Manifesto', 24 maggio 2008)
"Fedele al suo originalissimo stile che rifugge dal realismo, Sorrentino mescola pubblico e privato scegliendo la chiave del surreale, dell'astrazione, del grottesco e costellando la messa in scena di immagini sorprendenti. Al di là però del suo innegabile valore artistico 'Il Divo' si ritrova vittima di un paradosso: da una parte non piace al senatore Andreotti che contesta quell'immagine di sé così cinica e spietata: dall'altra fa infuriare gli anti-andreottiani più accaniti perché dal film di Sorrentino il protagonista risulterebbe in ultima analisi troppo simpatico e dotato di un'eccessiva dose di enigmatica grandezza." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 24 maggio2008)
"Un film è spettacolo. 'Il Divo' è più spettacolare di 'Gomorra' di Matteo Garrone, perché braccianti con la pistola avvincono tanto poco quanto braccianti della vanga, mentre Andreotti invece è un pezzo di storia patria. Con Pio XII, De Gasperi, Nenni e Togliatti, è stato fra i baluardi dell'Italia che aveva perso la guerra; grazie a loro l'Italia ha vinto la pace. E 'Il Divo' lo riconosce, sebbene antipatizzi per la Dc. Non solo. Esteticamente il film è molto avanti rispetto alla media nazionale: per qualità delle immagini di Luca Bigazzi; per fluidità del montaggio di Cristiano Travaglioli: per inventiva nella sceneggiatura dello stesso Sorrentino; per dignità di Anna Bonaiuto nel ruolo di Livia, moglie di Giulio. 'Il Divo' ha un difetto? Toni Servillo imita meno Andreotti e più Oreste Lionello quando imitava Andreotti." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 24 maggio 2008)
"Questo non è un film con tanti piccoli Alighiero Noschese, né una puntata del Bagaglino: è una tragedia greca dove tutti indossano maschere che nascondo le logiche, i rituali, il teatro del potere. E come nel
'Caimano' tali maschere ripetono le stesse note: il film è un pot-pourri di massime andreottiane, esattamente come il Berlusconi di Nanni Moretti pronunciava solo battute del Berlusconi vero. Per questo 'Il Divo' non è un film da politologi: non aggiunge nulla a ciò che sappiamo di Andreotti e della Dc, ma lo trasforma in pura rappresentazione della politica, costruita su toni visionari - incredibili le scenografie di Lino Fiorito e la fotografia di Luca Bigazzi - non lontani dall'orgia in maschera di 'Eyes Wide Shut'. Qui veniamo all'unica perplessità: lo stile, perfetto nella prima mezz'ora (...) non ci sembra all'altezza quando entra in scena la tragedia vera. Quasi si rimpiange che Sorrentino non abbia ambientato tutto il film tra Montecitorio e Via del Gesù. Resta comunque una lettura originale della politica italiana, con un grande interrogativo: già a Lugano, chi capirà qualcosa?." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 24 maggio 2008)
"A noi personalmente il film di Sorrentino, ha affascinato in certi momenti in cui ha frugato, con la foga di uno scienziato che guata i bacilli al microscopio, tra le pieghe, tra le ombre di un personaggio certo complesso, certo contraddittorio al di là del suo volto di pietra. L'odio-amore per Moro, l'amore-odio per Cossiga, l'inferiority complex di fronte alla grandezza, autentica, di De Gasperi. Ma la fascinazione non dura a lungo. Non può durare colla presenza continua di Toni Servillo che umilia la sua ormai leggendaria bravura, entrando continuamente in scena con una truccatura che non lo fa sembrare Andreotti, ma semmai la caricatura di Andreotti che Oreste Lionello fa da trent'anni al Bagaglino." (Giorgio Carbone, 'Libero', 24 maggio 2008)
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