INFO E
STORIA

.:: SCHEDA DEL FILM ::.


Il cacciatore di aquiloni


Titolo originale: The Kite Runner
Nazione: U.S.A.
Anno: 2007
Genere: Drammatico
Durata: 131'
Regia: Marc Forster
Sito ufficiale: www.kiterunnermovie.com

Sito italiano: www.ilcacciatorediaquiloni-ilfilm.it

 

Cast: Khalid Abdalla, Homayoun Ershadi, Shaun Toub, Atossa Leoni, Saïd Taghmaoui, Zekiria Ebrahibi
Produzione: DreamWorks SKG, MacDonald/Parkes Productions, Neal Street Productions, Participant Productions, Sidney Kimmel Entertainment, Wonderland Films
Distribuzione: FILMAURO

Data di uscita: Oscar 2008
28 Marzo 2008 (cinema)

Trama:
Il film parla dell'amicizia tra due bambini appartenenti a etnie e classi sociali differenti: Amir, figlio di uno degli uomini pashtun più influenti di Kabul, e Hassan, il suo piccolo servitore azara. Sullo sfondo le vicende storiche che, in trent’anni, hanno portato alla progressiva distruzione e devastazione della cultura e del paese afgano. Amir e Hassan sono inseparabili, accomunati anche dalla passione per le gare di aquiloni. Ma un tragico evento irrompe e sconvolge le loro vite: Amir assiste di nascosto allo stupro del suo giovane compagno di giochi da parte di un gruppo di teppisti. Quando le truppe sovietiche invadono il suo Paese, il bambino è costretto a fuggire negli Stati Uniti con il padre Baba, ma il senso di colpa per non aver aiutato il suo piccolo amico non lo abbandonerà più. Negli Stati Uniti cresce, si diploma, conosce Soraya, la donna che diventerà sua moglie, e pubblica il suo primo libro, coronando il sogno di diventare uno scrittore. Quando un giorno riceve nella sua casa di San Francisco una telefonata inattesa, Amir capisce che è giunto il momento di rimediare ai propri errori. Rahim Khan, un vecchio amico di Baba, lo prega di fare rientro nel suo paese: Sohrab, il figlio di Hassan ha bisogno del suo aiuto...

Il cacciatore di aquiloni
Dall’enorme successo editoriale al grande schermo il passo è breve.
Tanti lettori garantiscono tanti spettatori: la curiosità di una resa per immagini di una storia che ha appassionato e si è fatta leggere grazie al passaparola rappresenta una campagna promozionale che poche altre strategie di marketing possono sfruttare. Il botteghino andrà bene, ma gli spettatori già lettori, usciranno soddisfatti dalla visione? Probabilmente non troppo.
Il film è avvincente nella narrazione (e questo probabilmente sorprenderà chi non avrà letto il libro), ma non coglie la parte descrittiva del romanzo, forse la più interessante. La regia di Marc Forster non riesce a far sua una delle tante e interessanti tematiche della storia (il particolare rapporto padre-figlio, l’amicizia strappata, il ritorno alle origini, il dramma di una civiltà lacerata prima dall’invasione russa e poi dall’integralismo islamico, il malessere di chi è stato costretto a immigrare in una terra non sua), ma si limita a raccontare quasi come se fosse un film d’azione. Non trova una propria cifra stilistica, rimanendo probabilmente troppo legata al testo, anziché cercare una propria strada poetica e concettuale.
Sia chiaro, non si parla di un film brutto, banale o noioso, ma il confronto tra potenzialità e versione finale è abbastanza severo. A livello di sceneggiatura manca molto l’aspetto descrittivo, il confronto tra la vita che c’era e la vita che c’è in quel grande stato (non territorialmente, ma culturalmente) che era l’Afghanistan. Era proprio questo uno degli aspetti che più aveva attratto la gente di mezzo mondo a sfogliare l’opera di Khaled Hosseini: la possibilità di conoscere la storia di una nazione per tanti anni dimenticata dai mass media, per poi rientrare improvvisamente in scena quel tragico 11 Settembre.
Nuoce all’intero progetto il suo essere destinato, nonostante non annoveri nomi altisonanti nel cast (anche perché interpreti afgani famosi in occidente è difficile trovarli), al grande pubblico statunitense. Ecco quindi scelte di dubbio gusto (la voce inglese cantata su melodia araba o l’ultima retorica scena che richiama nuovamente il titolo e che per fortuna il libro ci risparmiava) e varie semplificazioni narrative (la facilità con cui si arriva al regolamento di conti, l’idea che si possa entrare e scappare da un Paese in guerra senza troppi problemi, la possibilità di poter portare un bambino negli Stati Uniti senza un documento d’identità). Ne esce un film sicuramente interessante, ma che, a differenza degli aquiloni che ricorda nel titolo, vola a bassa quota.
Andrea D’Addio (film up)

Critica "Di saldo e severo impegno la sceneggiatura. Fedele al testo, ma con intelligenza, ne espone le tappe salienti con felice essenzialità, badando soprattutto ad esprimerne più il senso e i climi che non lo schema libresco. Con un finale, forse più ottimistico di come l'autore letterario lo avesse visto, ma comunque con accenti di un lirismo asciutto che finiscono persino per commuovere. Pur evitando il patetismo." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 28 marzo 2008)

"'Il cacciatore di aquiloni' dell'eclettico Marc Forster, tratto dal best seller di Khald Hosseini, è un adattamento molto corretto, abitato da facce giuste e sapientemente montato tra passato e presente. In alcuni momenti restituisce l'immane potenza della storia cartacea. In altri (la banalizzazione del papà di Amir) i tanti fan del romanzo storceranno il naso. Forse erano necessarie tre ore. Comunque un'opera che vola alto senza cadere mai." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 28 marzo 2008)

"Diretto da Marc Forster in spirito di fedeltà al bestseller di Khaled Hosseini, il film rievoca con sensibilità i giorni (quasi) spensierati di un'amicizia infantile traumaticamente spezzata. E se l'avventuroso rientro in patria, che riscatta Amir adulto elle colpe passate, non è altrettanto convincente, restano forti la bella immagine paterna incarnata da Homayoun Ershadi: e lo svolazzare libero e colorato degli aquiloni in gara sui tetti di una suggestiva Kabul, com'era prima dell'invasione sovietica, dell'avvento dei talebani e dell'attuale caos." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 28 marzo 2008)

"Poco cambia che sia parlato in lingua dari (perduta, del resto, nel doppiaggio italiano), o che i bambini della prima metà paiono usciti dal nostro neorealismo; americana è la sceneggiatura dell'eclettico David Benioff; americana l'impaginazione del non meno multiforme regista Marc Forster che si limita a illustrare le situazioni del romanzo senza cercare un'impronta personale." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 28 marzo 2008)

"Il regista Marc Forster (autore di 'Monster's Ball') mette in scena questa storia come se a mirarla fossero gli spettatori di quaranta anni fa. Bisognerebbe recuperare quell'ingenuità e curiosità perdute per apprezzare questo lavoro, che suona eccessivamente retorico e affettato. Un prodotto hollywoodiano, per certi versi, con molte incrinature etniche, però uno sguardo tutto sommato limpido che non ha paura di far recitare gli attori e non-attori in lingua Dari. La parte che più colpisce è quella ambientata nell'era dei talebani, con tanto di lapidazione pubblica di una donna adultera." (Dario Zonta, 'L'Unità', 28 marzo 2008)

"Buoni sentimenti per un cinema sentimentale, che chiede solo di soddisfare le aspettative dei fan del romanzo. Va bene così, anche se nella seconda parte qualcosa suona a vuoto, quando la buona confezione non basta più a mostrare davvero l'orrore del fanatismo religioso e Forster non trova lo scatto in più per salvarsi dal teatrino dei buoni e dei cattivi." (Piera Detassis, 'Panorama', 3 aprile 2008)

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