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STORIA

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Il papà di Giovanna

Titolo originale: Il papà di Giovanna
Nazione: Italia
Anno: 2008
Genere: Drammatico
Durata: 104'
Regia: Pupi Avati
Sito ufficiale: www.ilpapadigiovanna.it
Cast: Silvio Orlando, Francesca Neri, Ezio Greggio, Alba Rohrwacher, Serena Grandi, Gloria Cocco
Distribuzione: Medusa
Data di uscita: Venezia 2008 12 Settembre 2008 (cinema)

Il papà di Giovanna
Potevamo aspettarcelo, e così è stato.
Quando Pupi Avati scrive una sceneggiatura, e puntualmente la rappresenta in immagini, lo fa sempre con quella meticolosità e sensibilità, che ormai ce l’hanno fatto conoscere e amare.
Anche "Il papà di Giovanna", pellicola presentata in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2008, appare fin da subito come un’opera sublime, per intensità narrativa e coinvolgimento emozionale.
Una storia drammatica, in un periodo storico altrettanto tormentato come quello della Seconda Guerra Mondiale, ed in particolare nella Bologna del 1938, che vede protagonisti un padre, professore di liceo, onesto, ma sopraffatto dagli eventi, e una figlia, timida e introversa, e della loro difficile sopravvivenza emotiva.
Accusata dell’omicidio della migliore amica e rinchiusa per questo in un manicomio, Giovanna, se da una parte trova il muro di silenzio e di indifferenza da parte della madre, dall’altra guarda al padre come l’unico, vero appiglio di speranza.
Pupi Avati, quasi in punta di piedi, costruisce un racconto silenzioso, ma che nello stesso tempo appare logorante, inquieto, mentre le note del fido Riz Ortolani, ci conducono in una sfera intimistica, che va a toccare le corde più profonde del rapporto padre – figlia.
La disabilità mentale vista non come divisione, ma anzi come commovente legame, è il cardine di questa storia d’amore, sentimento che il regista conosce bene, e che da tempo esplora con successo.
Silvio Orlando, che con Avati non aveva mai lavorato, sembra invece esserne uno degli attori feticcio più importanti. Un’interpretazione sincera la sua, umile, mimica, "vincente", che si fa amare.
Alba Rohrwacher, poi, ha quella fragilità dirompente, stupefacente, che impressiona. Una grazia recitativa, costruita senza virtuosismi di sorta, e che attraverso un introspezione e una padronanza del ruolo, la consacrano, dopo "Giorni e Nuvole" di Soldini (un David di Donatello come miglior attrice non protagonista), come uno dei volti più intensi e interessanti del cinema italiano degli ultimi tempi.
Ma è un lavoro corale, di un cast semplicemente perfetto.
Da una Francesca Neri, forse in uno dei suoi ruoli più "brutali", di madre (in)sensibile, fino ad Ezio Greggio, nel suo primo ruolo drammatico, e che in maniera molto semplice riesce a ritagliarsi lo spazio giusto, senza la presunzione di chi protagonista già lo è in televisione.
Ma è quel tocco, neanche troppo nascosto di Pupi Avati, a far sì che tutto sia così profondamente armonico.
La sua cura e ricerca nei dettagli (non solo nella ricostruzione degli interni), e l’attenzione con la quale protegge e aiuta i suoi attori sono quegli ingredienti in più, che confermano quell’abilità descrittiva, alla quale oggi è impossibile non rivolgere ammirazione.
Andrea Giordano (film up)

Critica "Con 'Il papà di Giovanna', lunghissimamente applaudito al Lido, Pupi Avati insegue il Leone d'oro puntando su un tema ricorrente in questa 65ma Mostra: la tragedia familiare. Se Arriaga fa ruotare tutto intorno alla morte violenta di una moglie fedifraga e Ozpetek annega nel sangue la paranoia di un padre separato, il maestro emiliano sceglie una strada ancora più difficile, coraggiosa: il suo film esplora il complesso rapporto tra un artista fallito, la moglie bella e non innamorata, la figlia strana che uccide una compagna di scuola e finisce nel manicomio criminale. (...) Orlando è struggente nel ruolo del fallito, la Neri interpreta con stizzita condiscendenza il ruolo ingrato della mamma snaturata. Alba Rohrwacher, il cui volto perlaceo esprime ingenuità, crudeltà, stupore, fa la pazza senza eccedere e si conferma come una delle attrici giovani più interessanti. Fanno bella figura Manuela Morabito, la mamma dell'uccisa, incapace di perdonare, e Serena Grandi inchiodata alla sedia a rotelle. Tra i momenti più forti del film, la morte di Greggio colpito dai partigiani: avviene sul bus, lo coprono con un giornale. La scenografia riproduce fedelmente la casa giovanile di Avati a Bologna. Toccante il linguaggio infantile a base di parolacce che il padre inventa per comunicare con la figlia, come si fa con i bambini". (Gloria Satta, 'Il Messaggero', 1 settembre 2008)

"La poetica di Pupi Avati si riconosce appieno in 'Il papà di Giovanna', discreto film interpretato da ottimi attori. Uno sguardo inteso a smorzare i toni, la malinconia che non spegne la speranza, personaggi prigionieri dei fantasmi interiori e uno sfondo familiare che tende a sublimarsi in un mitico altrove. (...) Le qualità avatiane di un cinema mormorato, avvolgente, molto curioso dei dettagli umani e materiali, sempre in bilico sul gioco a doppio taglio della memoria risultano innanzitutto valorizzate dalla scelta e dalla resa degli attori, tra i quali spicca il protagonista, un Silvio Orlando di rara sensibilità ed emozionante partecipazione. Questo aspetto sorregge la storia nei suoi momenti di stanca e fa passare in secondo piano qualche difetto di composizione, accompagnando il film su un livello di dignitoso spettacolo che non dovrebbe dispiacere al grande pubblico". (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 1 settembre 2008)

"'Il papà di Giovanna' è il più bello tra i film di Pupi Avati, dai tempi di 'Ultimo minuto'. Nel 'Papà di Giovanna' ci sono errori di procedura penale, anacronismi lessicali e improprietà geografiche, ma queste imperfezioni sono esigue rispetto alle qualità dell'opera: impeccabile scelta degli attori (la Rohrwacher è da coppa Volpi), ritmo giusto, fotografia calibrata, memoria delle vittime dei bombardamenti intrisa d'affetto, coraggio e senso della misura nel rappresentare i crimini dell'epurazione. E quando Avati ha ricordato ai giornalisti incerti che quei fatti li ha visti, non gli sono stati raccontati, ha avuto fermezza, non è scivolato nel piagnisteo". (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 1 settembre 2008)

"'Il papà di Giovanna' è un apologo molto nero sulla famiglia italiana. Ma è anche un film sulla Storia: è un dramma di un uomo che, colpito da una tragedia privata indicibile, distrutto in ogni affetto, si chiude nel dolore e spinge la Storia sul pianerottolo, per non vederla. Ma come cantava De Gregori, la Storia entra dentro le stanze e le brucia, e quando Giovanna torna a casa la sua camera, rimasta chiusa per 15 anni, ha in sé tutte le cicatrici del male che è stato fatto. 'Il papà di Giovanna' è un film bello e dolorosissimo. Oltre a Greggio, tutti gli attori sono magnifici: da Silvio Orlando a Francesca Neri, dalla giovane Rohrwacher alla rediviva Serena Grandi in un ruolo piccolo e toccante". (Alberto Crespi, 'L'Unità', 1 settembre 2008)

"Gli attori sono tutti molto bravi, la giovane Rohrwacher, Francesca Neri, anche Ezio Greggio in trasferta dall'orrida trasmissione 'Veline': eccezionale Silvio Orlando per miseria fisica e caparbio amore. (...) Applausi forti, i pochi distributori stranieri qui presenti molto interessati: un grande critico abbraccia Avati e gli dice 'hai fatto un capolavoro'. E lui che pure è corazzato, scoppia a piangere". (Natalia Aspesi, 'la Repubblica', 1 settembre 2008)

"In cifre in un realismo quotidiano in cui i sentimenti prevalgono, soffusi sempre, però, da una estrema delicatezza, perché i caratteri, e allora anche quelli di contorno, possano proporsi con tutte le necessarie tensioni, tra l'esplosione e il non detto senza mai una frattura. In una cornice cui la bella fotografia color seppia di Pasquale Rachini sa dar sempre il tono dell'epoca, mentre la recitazione, seguendo pur fra tanti fatti l'evolversi rapidissimo del racconto, si impone ad ogni svolta. Grande, grandissima quella di Silvio Orlando, un protagonista tormentato, spesso travolto, ma sempre umile e dimesso anche se mai rassegnato. Vi corrispondono con sensibilità Alba Rohrwacher, la fragile Giovanna, Francesca Neri, la madre, Ezio Greggio, capace, nei panni del poliziotto atteso da una fine tragica, di toni umanissimi, anche con accenti drammatici". (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 1 settembre 2008)

"La prima parte de 'll papà di Giovanna' di Pupi Avati, seconda opera italiana in concorso, è molto bella. Poi il film si slunga, diventa un prolungamento non necessario della narrazione, con episodi storici e lieto fine banali. Silvio Orlando è straordinario nella parte del padre che ama e protegge troppo, con attenzione ossessiva e presuntuosa illusione, la figlia adolescente psichicamente poco equilibrata. Alba Rohrwacher è brava nella parte di Giovanna, niente affatto innamorata del padre ma della madre che la ignora, assassina per gelosia (...) processata e ricoverata in manicomio criminale. Se non fosse matta, la storia starebbe forse in piedi meglio, ma davvero profondamente disturbata. Nel lungo epilogo, punteggiato di storie di guerra e dopoguerra, processi a fascisti e fucilazioni, la ragazza esce di manicomio, rivede per caso la madre che l'aveva abbandonata: la triste famiglia si ricomporrà". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 1 settembre 2008)

"Pupi Avati, invece, resta fedele al suo stile tradizionalmente realista, a un cinema pacato e lineare dove l'accento è messo sulle psicologie delle persone e l'attenzione si punta su chi sta negli ultimi ranghi, non in prima fila. E lo fa qui con una misura e un pudore che da tempo non gli riconoscevamo più. (...) Avati racconta questa storia, che attraversa la guerra e si conclude nei primi anni Cinquanta, come un piccolo romanzo familiare, privilegiando i rapporti tra padre e figlia ma offrendo anche alla madre la possibilità di far capire la sua freddezza e di vivere uno scampolo d'amore con il vicino. E se si esclude la sbavatura della scena in cui Greggio viene fucilato dai partigiani, che sembra più debitrice delle polemiche resistenziali che di una vera necessità narrativa, il film evita molte trappole avatiane, cancella la facile mitologia sui perdenti e scava dentro un rapporto tutt'altro che scontato". (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 1 settembre 2008)

"Impregnato di bromuro, dunque didattico e didascalico film in gloria della famiglia italiana patriarcale qualunque, e non ci sarebbe niente di male se i soldi fossero davvero solo privati, 'Il papà di Giovanna' di Pupi Avati coinvolge un gruppo di attori e attrici di classe per decolorare fino alla fiction, l'epopea di un povero Cristo di maestro di disegno che si prende cura con bontà e sensibilità sacrestana della figlia, bravissima a scuola ma di presenza erotica zero, destinata perciò al manicomio e all'eterno zitellaggio". (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 2 settembre 2008)

"Ottimo fino all'arresto della colpevole, il film diventa convenzionale e ripetitivo nello psicodramma personale e storico che segue, e persino fastidioso quando azzarda un parallelo forse involontario tra fascisti e partigiani, soprattutto nel finale che si produce in un revisionismo stoico, ancora più che storico. Il regista bolognese non riesce ad uscire da se stesso, dalla sua autobiografia, dai suoi pregiudizi e persino il linguaggio e la struttura cinematografica rimangono le stesse di sempre". (Boris Sollazzo, 'Il Sole 24 ore', 2 settembre 2008)

"Del personaggio di Francesca Neri, la madre inquieta e incapace di accettare il disastro, manca qualcosa in sceneggiatura, ma l'attrice lavora sodo su quello che c'è, mentre speriamo di rivedere presto Ezio Greggio dopo questo primo ruolo drammatico, il poliziotto fascista (buono) vicino di casa segretamente interessato. Nello scompenso tra una prima parte ben esplorata e una seconda puntellata appena da episodi sostanziali emergono gli incontri dolorosi e complici tra padre e figlia in manicomio, la casa nella campagna di Parma, la dispersione nella Bologna post Liberazione. Difficile accettare, però, il lieto fine". (Silvio Danese, 'Quotidiano Nazionale', 1 settembre 2008)

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