
Noi due sconosciuti
Titolo originale: Things we lost in the fire
Nazione: U.S.A., Regno Unito
Anno: 2007
Genere: Drammatico
Durata: 119'
Regia: Susanne Bier Cast: Halle Berry, Benicio Del Toro, David Duchovny, Alison Lohman, Sarah Dubrovsky, John Carroll Lynch, Robin Weigert, Robin Weigert, Quinn Lord
Produzione: DreamWorks Pictures, DreamWorks SKG, Neal Street Productions
Distribuzione: Teodora Film
Data di uscita: Roma 2007
12 Giugno 2008 (cinema)
Due estranei in una fase cruciale della loro vita, accomunati dall’affetto per la medesima persona, scomparsa. “Things we lost in the fire” (“Oltre il fuoco”) non sta a significare solo un inventario (la lista degli oggetti andati bruciati nell’incendio del garage di casa), ma lo sforzo di un uomo e una donna per uscire dal proprio presente. Per Audrey segnato dal lutto, per Jerry dalla dipendenza dall’eroina, e da soli non ce la fanno. Lei ha sempre diffidato di lui ma lo mette alla prova ospitandolo, quasi a far proprio il generoso spirito del marito.
Il Film segue l’instaurarsi del reciproco calore umano, processo nel quale si inserisce in maniera decisiva anche il rapporto con i due figli della donna, che si legano presto al nuovo arrivato bisognosi di una figura paterna sostitutiva. La bambina, soprattutto, esprime precoce saggezza nel toccante dialogo con Jerry, al quale chiede di sposare sua madre (“sembrerebbe che il mio migliore amico non è mai esistito”, risponde lui. “E’ esistito. E’ per questo”, ribatte lei).
Primo film in lingua inglese per Susanne Bier (il precedente - “Dopo il matrimonio” - è stato candidato all’Oscar come miglior film straniero), in trasferta hollywoodiana. Produce Sam Mendes il quale, scelta la sceneggiatura, si è rivolto alla cineasta, che a sua volta aveva letto una serie di lavori preoccupata del materiale giusto per il debutto Oltreoceano. Lasciata a mani libere, anzi spronata a rischiare, Bier non vende l’anima e scruta da vicino, guarda dentro gli occhi dei suoi attori: una Halle Berry (che esterna tutto il dolore in una straziante scena) e un Benicio Del Toro ai massimi; quest’ultimo in particolare, capace di spaziare dall’incubo di una crisi di astinenza all’autoironia. La regista, con tenerezza (Audrey non riesce a dormire e si accoccola vicino a Jerry, come faceva col marito), punta sul ripartire dai piccoli passi (“accetta quello che c’è di buono” e “un giorno alla volta”) mutuando un adagio di strada per cui, se è vero che “quando un tossico muore, un altro riesce a smettere”, così una vita che se ne va può portare al recupero di un’altra.
Federico Raponi FILM UP
Critica "Commuove Susanne Bier, regista di punta della nouvelle vague danese, al primo film hollywoodiano. 'Oltre il fuoco' prosegue la sua ricerca quasi ossessiva su triangoli provocati da eventi traumatici ed emozioni forti. (...) Bella regia, musiche di Zappa, una storia dolce e dura sulla vita dopo la morte di chi si ama. Per imparare ad 'accettare ciò che c'è di buono' e tornare ad essere felici. O almeno sereni." (Boris Sollazzo,
'Liberazione', 27 ottobre 2007)
"Dalla regista di 'Dopo il matrimonio'. Ma è difficile crederlo. La trama è stiracchiata, gli attori scelti a caso. Provate a immaginare Halle Berry sposata con David Duchovny di 'X files' e capirete la gravità della situazione. Benicio Del Toro è l'amico eroinomane che entra in scena dopo un terribile lutto. Lei ne era gelosa, ora non vorrebbe esserlo più. Primi piani strettissimi, intervallati da segnali inutili e leziosi: l'occhio, l'orecchio o la scodella dei cereali. Disintossicazione modello 'Uomo dal braccio d'oro: giaciglio, sudore, smanie." (Maria Rosa Mancuso, 'Il Foglio', 27 ottobre 2007)
"Non pensate male. Anche se sono due pesi massimi del fascino, Del Toro e Halle Berry non si consoleranno a letto. Anzi, proprio come nelle coppie, più cresce (lentamente) quella strana intimità, più i due si fanno la guerra (lei soprattutto: solo una regista poteva raccontarlo con tanta efficacia). Mentre i figli, arbitri imparziali, registrano fedelmente i progressi del nuovo venuto. E le sedute alla Anonima Tossicomani danno respiro al film. Troppo sbilanciato sul fronte Del Toro, però, per convincere fino in fondo. Presto è solo il suo dolore a interessarci, non quello della Berry (anche perché il povero Duchovny è un attore inesistente...).
'Non desiderare la donna d'altri' e 'Dopo il matrimonio' erano perfetti mélo. Il primo film Usa di Susanne Bier fatica un po' a conciliare il sociale e l'individuale. Attraversare l'Oceano ha un prezzo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 13 giugno 2008)
"Fanno venire l'orticaria i film con la lacrimazione obbligatoria. Dove i personaggi sono perseguitati dalla jella più nera e si lamentano o piangono, vagando con una piva lunga così sullo schermo. Per il suo esordio americano ha seguito alla lettera l'antica ricetta anche la regista danese Susanne Bier: infatti 'Noi due sconosciuti' ci dà dentro con la sfiga. (...) La storia, a dire il vero, non è peggio di altre, ma infastidisce l'esagerata voglia di tenerezza con insistiti primi piani sugli occhi umidi dei protagonisti. Una distanza talmente ravvicinata da evidenziare la folta peluria sulle gote dell'invecchiata primadonna. Ah, non manca lo spazio per la comicità involontaria. Come quando Halle Berry accoglie nel lettone Benicio Del Toro. Ma è solo per farsi tirare il lobo di un orecchio." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 13 giugno 2008)
"Non è un remake, ma laggiù nel ' 60 i due sconosciuti erano Douglas e Kim Novak; qui nel primo film hollywoodiano della danese Susanne Bier, che usa il dècor spoglio e i primi piani del Dogma (ma non li faceva già il grande Bergman?), vanno incontro ai loro destini sentimentali Halle Berry e il neo premiato a Cannes Benicio del Toro. (...) La Bier è una specialista nei melò frenati, autrice di 'Dopo il matrimonio' e 'Non desiderare la donna d'altri'. Azzarda qui la mossa dell'interscambiabilità dei ruoli familiari, tenendo a bada la retorica attenta a non far festa banale. Scritturata dalla Dreamworks la regista si butta in un disegno tipo american beauty ma senza cercare con malizia il sesso contorto, esaminando l'angoscia che sta dentro una situazione di stallo borghese, un qualcosa che dal pubblico lentamente striscia nella privacy e ne mina la stabilità. La Berry è brava, mentre Del Toro fa proprio il tipo che piace anche quando si presenta al centro di disintossicazione." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 13 giugno 2008)
"C'è un cinema dolente del sentimento e dello strazio di cui Susanne Bier con 'Noi due sconosciuti' ne è ufficiale ed insostituibile portabandiera. (...) Bier è una realizzatrice cocciuta, pervicace nel raccontare sempre e comunque lo stesso snodo sentimentale dell'anima. In questo caso, dopo le pellicole made in Danimarca
'Non desiderare la donna d'altri' e 'Dopo il matrimonio', si affida totalmente a Berry e soprattutto a Del Toro per far filtrare lo slittamento della percezione dell'esistente e le nuance rosa e nero dei corrispettivi generi sfiorati. 'Noi due sconosciuti' è un risicato manualino di espedienti di messa in scena che dovrebbero creare uno stile: un filo di Dogma, di cui Bier è stata affiliata per un anno, nel finto tremolio di una stabilissima macchina a mano; un simbolismo didascalico da palati fini hollywoodiani; improvvisi e disarticolati particolari di occhi, labbra, mani; l'immersione davvero aristocratica nel dramma (e nel ghetto!) della droga e dei drogati. Anche se alla fine è il delirio performativo di Benicio Del Toro a portare il film nella parte alta del cartellone: occhi strabuzzati, biascicare linguistico, portamento dinoccolato e fiero. Un mostro di bravura, roccia, picco insuperabile su cui Bier si arrocca per quasi due ore e da cui non si vorrebbe mai gettare." (Davide Turrini, 'Liberazione', 13 giugno 2008)
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