Il canto di Paloma
Titolo originale: Il canto di Paloma
Nazione: Italia
Anno: 2008
Genere: Drammatico
Durata: 103'
Regia: Claudia Llosa
Sito ufficiale:
Cast: Magaly Solier, Susi Sánchez, Efraín Solís, Marino Ballón, Karla Heredia, Delci Heredia, Fernando Caycho
Produzione: Wanda Visión, Oberon Cinematogràfica, Vela Producciones
Distribuzione: Archibald Enterprise Film
Data di uscita: 08 Maggio 2009 (cinema)
Trama:
La madre di Fausta, una ventenne peruviana, sta morendo e le ricorda cantando che lei è stata allattata con "il latte del dolore" perché nata negli anni Ottanta, anni in cui terrorismo e stupri erano all'ordine del giorno. Dopo la morte della madre, Fausta vorrebbe offrirle un funerale degno di questo nome ma i pochi soldi sono stati tutti investiti nei festeggiamenti per l'imminente matrimonio della cugina. Lo zio però vuole che il cadavere venga seppellito prima delle nozze. Fausta che vive in una baraccopoli alla periferia di Lima cerca di vincere le sue paure e trova lavoro come cameriera presso una pianista. Spera così di mettere insieme una somma adeguata per le esequie. Fausta è un personaggio dall'assoluta originalità. Ha fatto del suo corpo un vero e proprio terreno. Perché il terrore di essere violentata l'ha spinta ad inserire una patata nella vagina e il tubero ha preso a germinare. Il terrore nei confronti degli uomini Fausta lo ha veramente succhiato con il latte e sembra incapace di liberarsene per volgersi verso una "normalità" accettata e consapevole. Intorno a lei sopravvive un mondo di miseria che contrasta in modo stridente con la vita che si conduce nei quartieri alti. Il canto di Paloma parla del desiderio di guarire. Un viaggio dalla paura alla libertà.
Il canto di Paloma
Il superamento delle tragedie personali di una storia collettiva prevede un lento decorso di dolore e paura. Nel ventennio 1980-2000, la guerra civile che in Perù ha coinvolto forze governative, guerriglia di Sendero Luminoso e gruppi paramilitari è costata 69 mila vittime stimate e anche frequenti stupri, specialmente ai danni di donne indios.
Tratto dal libro "el Mito del jani o el susto de la medicina andina" di Federico Sal y Rosas, e patrocinato da Amnesty International, decolla in un potente attacco il secondo film di Cludia Llosa Bueno ("Madeinusa" era stato selezionato per rappresentare il paese sudamericano agli Oscar), con madre e figlia che si parlano cantando frasi improvvisate sul momento, come se la memoria dell’orrore vissuto dalla prima trovasse solo quella via per esprimersi. Persa in un’esplicita periferia urbana di montagne desertiche e baracche, una giovane donna profondamente traumatizzata (- "sei vergine?" - "non lo so"), silenziosa, timida, in sobri abiti dimessi, sopravvive da inespressivo automa. Prigioniera qual’è di superstizioni popolari ("il latte della paura" delle mamme violentate), sensibilità e spiritismo propri ("ho visto tutto dal tuo ventre" e "le anime in pena" che vagano in strada) e l’egoismo indifferente della ricca signora presso cui lavora come domestica.
Eleganti, simboliche istantanee alternano il poetico (le mani che si avvicinano raccogliendo perle cadute a terra, zio e nipote separati dalla "X" di un addobbo di stoffa) e il grottesco (la potatura delle radici della patata inserita nella vagina, la fossa scavata per la piscina, il letto con sopra il vestito da sposa e sotto il cadavere), riprendendo il vitale umorismo latino presente nei matrimoni quanto nei funerali (le nozze collettive, il rinfresco che non viene lasciato sul tavolo ma gira avanti e dietro solo per far bella figura, le bare dipinte a tema). E un notevole occhio registico (valso l’Orso d’Oro al Festival di Berlino) le incastona in una sofferta via di liberazione femminile.
La frase: "Dobbiamo cantare per dimenticare, per cancellare nostra paura".
Federico Raponi
ORSO D’ORO A BERLINO 2009
Il superamento delle tragedie personali di una storia collettiva prevede un lento decorso di dolore e paura. Nel ventennio 1980-2000, la guerra civile che in Perù ha coinvolto forze governative, guerriglia di Sendero Luminoso e gruppi paramilitari è costata 69 mila vittime stimate e anche frequenti stupri, specialmente ai danni di donne indios.
Tratto dal libro "el Mito del jani o el susto de la medicina andina" di Federico Sal y Rosas, e patrocinato da Amnesty International, decolla in un potente attacco il secondo film di Cludia Llosa Bueno ("Madeinusa" era stato selezionato per rappresentare il paese sudamericano agli Oscar), con madre e figlia che si parlano cantando frasi improvvisate sul momento, come se la memoria dell’orrore vissuto dalla prima trovasse solo quella via per esprimersi. Persa in un’esplicita periferia urbana di montagne desertiche e baracche, una giovane donna profondamente traumatizzata (- "sei vergine?" - "non lo so"), silenziosa, timida, in sobri abiti dimessi, sopravvive da inespressivo automa. Prigioniera qual’è di superstizioni popolari ("il latte della paura" delle mamme violentate), sensibilità e spiritismo propri ("ho visto tutto dal tuo ventre" e "le anime in pena" che vagano in strada) e l’egoismo indifferente della ricca signora presso cui lavora come domestica.
Eleganti, simboliche istantanee alternano il poetico (le mani che si avvicinano raccogliendo perle cadute a terra, zio e nipote separati dalla "X" di un addobbo di stoffa) e il grottesco (la potatura delle radici della patata inserita nella vagina, la fossa scavata per la piscina, il letto con sopra il vestito da sposa e sotto il cadavere), riprendendo il vitale umorismo latino presente nei matrimoni quanto nei funerali (le nozze collettive, il rinfresco che non viene lasciato sul tavolo ma gira avanti e dietro solo per far bella figura, le bare dipinte a tema). E un notevole occhio registico (valso l’Orso d’Oro al Festival di Berlino) le incastona in una sofferta via di liberazione femminile.
Federico Raponi FILM UP
Critica "Interpretato da Magaly Solier, nel suo Paese nota come cantante (canta in lingua quechua), il film è la storia di un ritorno alla vita: perché, afferma la regista, anche dopo episodi così atroci bisogna sforzarsi di ritrovare un equilibrio e la fiducia nel prossimo." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 13 febbraio 2009)
"L'italo-peruviana Claudia Llosa, in 'La teta asustada', alla lettera 'La tetta spaventata', ci porta nel mondo magico e insieme concreto, quotidiano, di una giovane andina che nella prima scena (magnifica) dà l'addio alla madre, vittima di uno stupro ai tempi del terrorismo, e che dopo scopriamo vivere... con una patata nella vagina per difendersi, secondo una superstizione locale, dalle violenze. Ironia della sorte, la malinconica ma bellissima Magaly Solier, quando non lavora come hostess in sfrenate e coloratissime feste di nozze popolari, uno spettacolo davvero insolito, sta a servizio da una nevrotica e altezzosa pianista alto borghese che le ruberà le note delle sue ingenue, ammalianti nenie popolari, ma non l'anima. Un film di cui si potrebbe parlare a lungo, se mai qualcuno avrà il coraggio di comprarlo per l'Italia. "(Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 14 febbraio 2009)
"Ma invece di scegliere un racconto tradizionale, dove i piccoli e grandi fatti quotidiani aiutano lo spettatore a capire la psicologia (e le paure) della protagonista, la regista sceglie un'altra strada, meno esplicita, fatta solo di allusioni, di particolari significativi. E una linea narrativa che si preoccupa soprattutto di giustapporre l'universo chiuso della villa dove Fausta presta servizio al poverissimo barrio della periferia di Lima dove invece la ragazza abita con lo zio e gli altri membri della famiglia. Così da una parte una macchina da presa abbastanza incombente cerca le paure e le angosce di Fausta dentro le azioni quotidiane del lavoro (...) mentre dall'altra inquadrature più larghe e composite inseriscono Fausta nel mondo familiare del barrio, fatto di riti stereotipati e usanze identitarie. Che la regista osserva con lo sguardo dell'antropologo, di cui conosce perfettamente il valore sociale di promozione e gratificazione (le scene di matrimonio, specialmente il «sì collettivo» e la «processione» dei regali), ma anche la capacità di cementare e gratificare l'unità del gruppo familiare. (...) Il film procede così, registrando più che veramente mettendo a confronto due mondi che faticano a comunicare, di cui non nasconde le ingenuità e le perfidie, ma che acquistano una consistenza narrativa soltanto in funzione della "presa di coscienza" di Fausta, finalmente capace di confrontarsi con le proprie ossessioni solo quando comincia a prendere coscienza dei propri "diritti" (almeno quelli che la sua ricca padrona vorrà all'improvviso negare). Senza voler per forza risolvere ogni cosa ma aprendo finalmente lo sguardo della sua protagonista a un sorriso di speranza." (Paolo Mereghetti, "Corriere della Sera, 8 maggio 2009)
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