Settimo Cielo

Titolo originale: Wolke Neun
Nazione: Germania
Anno: 2008
Genere: Drammatico
Durata: 95'
Regia: Andreas Dresen
Sito ufficiale: www.wolke9.de
Sito italiano: www.videa-cde.it/settimocielo/
Cast: Ursula Werner, Horst Rehberg, Horst Westphal, Steffi Kühnert
Produzione: Peter Rommel Productions
Distribuzione: Videa CDE
Data di uscita: 29 Maggio 2009 (cinema)

Trama:
All'età di sessant'anni, dopo una felice vita passati insieme al marito, di cui é tuttora innamorata, Inge, sente battere il cuore per un uomo molto più grande di lei, Karl, settantasei anni. Dopo tanti anni le sembra di ritornare giovane, sente la passione, sente l'attrazione fisica...

***

Una donna anziana è impegnata nel cucire a macchina, poi esce di casa e, poco dopo, la troviamo a consumare un rapporto sessuale con un uomo più vecchio di lei.
Arriva subito al dunque il lungometraggio del tedesco Andreas Dresen, regista di "Catastrofi d’amore" (2002) e "Un’estate sul balcone" (2005), la cui protagonista è l’ultrasessantenne Inge (Ursula Werner) che, vissuta per oltre trent’anni accanto al marito Werner (Horst Rehberg), finisce per ritrovare inaspettatamente le gioie dell’amore e del sesso attraverso una relazione extraconiugale improvvisamente intrecciata con il settantaseienne Karl (Horst Westphal).
Ed hanno fatto discutere non poco i nudi amplessi tra i tre bravi interpreti, che non esitano a mostrare con tanto di genitali in bella vista i propri corpi flaccidi, cadenti e ricoperti di rughe, sferzando un autentico colpo basso allo spettatore appartenente a una società "moderna" tartassata da sexy calendari e immagini perfette di modelle e vallette abbondantemente svestite.
Però, man mano che i fotogrammi avanzano e fa la sua entrata in scena anche Steffi Künhert nei panni di Petra, figlia con cui la donna si confida, sembra ridursi soltanto a questo audace e coraggioso aspetto l’originalità dell’operazione, a lungo andare incapace di nascondere una certa monotonìa e la sensazione di basarsi su una sceneggiatura – concepita a quattro mani dallo stesso Dresen insieme a Jörg Hauschild, Laila Stieler e Conny Ziesche – che pecca in ripetitività.
Fino al tragico ma decisamente prevedibile epilogo di un’atipica (???) storia di terza età che, trovando uno dei suoi elementi più affascinanti nella solitudine lasciata emergere – soprattutto negli esterni diurni – dagli ambienti spesso privi di soggetti in circolo, vuole in maniera evidente (e molto discutibile) testimoniare che non è mai troppo tardi per dare una svolta inaspettata alla propria vita.
Anche se il primo pensiero che viene in mente è quello di consigliarne la visione agli amanti del granny hard (!!!).
Francesco Lomuscio FILM UP

Critica

"Il valore di 'Settimo cielo' risiede nello stile. Siamo in pieno clima post-Antonioni, magari filtrato attraverso l'esperienza di Patrice Chereau. Inquadrature scelte con estro pittorico e taglio di classe, montaggio sapiente, che tende alla simulazione e non concede indugi. Fotografia che pennella i grigi, ambienti piccolo borghesi, l'onesto squallore delle vite in serra, quel tanto di asfittico che è temperato solo dal rombo dei treni in corsa sotto le finestre e dalle saltuarie apparizioni dei nipotini. La presenza fisica degli attori, la loro convinta partecipazione fa il resto. Trasmettono tristezza le visite al padre di Werner; malato e demente (...) Per tali vie il film arriva a essere pregnante come una poesia crepuscolare. Va al cuore delle cose. Va anche al nostro cuore, come hanno sostenuto i premiatori di Cannes? Sul punto, riconosciuti i valori insoliti dell'opera e la presenza di un vero autore, il dotatissimo Dresen, non parlerei di emozione profonda. Questa, a livelli raffinati, resta una realtà artificiosa, una vicenda di cui ammiri la fattura, ma dov'è difficile sottrarsi alla sensazione di una verifica sociologica." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 29 maggio 2009)

"Alternando con miracolosa semplicità dramma e umorismo, gravità e leggerezza, Dresen segue i suoi magnifici attori con un misto di trepidazione e complicità che trova sempre l'immagine o la parola giusta. Un albero svettante e certamente vecchissimo, una polemica sul tema se siano più belli i paesaggi visti dal treno o dalla bicicletta, una furiosa masturbazione nella vasca da bagno, un'ultima volta insieme a cantare con tutta la famiglia, ed eccoci dentro Inge, i suoi ardori, i suoi dilemmi. Mentre il coro di anziane signore con cui si esercita scandisce come in "soggettiva" (quanta malinconia in quell'Inno alla Gioia) l'evolvere inesorabile del racconto. E il tema più antico del mondo: eros o agapé? intimità o passione, il brivido dell'ignoto o il calore della cerchia familiare. Dev'essere per questo che essere personaggi di questa età fa così male." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 29 maggio 2009)

"L'autore intende dimostrare che gli stimoli carnali non affievoliscono con l'età; e forse constatare che per uscire da certe situazioni manca una sufficiente scienza della vita. Il lato notevole del film è lo stile: modernamente ispirato al tono rarefatto di certa pittura contemporanea, tra iperealismo e astrazione, si rivela di rara qualità. Successo al festival, trionfo in Germania: tutto sommato, ammirevole più che commovente." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 29 maggio 2009)

"'Settimo cielo' ha il minor coefficiente di artificio cinematografico dai tempi del neorealismo. Non esistono commenti musicali (c'è solo il coro in cui canta Inge a fare da contrappunto) e vige il suono d'ambiente che fa entrare sommessamente una natura che raccoglie e rigenera i protagonisti, e un urbe mai troppo alienante e oppressiva. I sentimenti e le passioni di Inge, Werner e Karl escono cosi spontanei, ancestrali, veri. Tre attori principali, una ventina di comparse e una risicata troupe di trenta unità, 'Settimo cielo' è cinema minimo dai risultati massimi." (Davide Turrini, 'Liberazione', 29 maggio 2009)

"Senilità e sessualità si sposano ora anche al cinema, in 'Settimo Cielo' di Andreas Dresen, dove finiscono a letto due tedeschi: una sessantenne sovrappeso e un virile settantenne. Al di là delle immagini di corpi stanchi, il dramma rappresentato è quello di chi deve amare fino all'ultimo respiro. Così qui salta una lunga convivenza e un abbandono coniugale in extremis ha sì effetti meno estesi, ma anche intensi. Quanto agli incassi, chissà.. . I vecchi non vanno al cinema e ai giovani ripugnano i vecchi. Chi sta in mezzo potrà pensare a quanto gli resta prima di finire ridicolmente disperati, come gli interpreti, o tristemente soli, come gli spettatori." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 29 maggio 2009)

"Attrazione fatale senile (con vittima) raccontata mostrando vecchi corpi nudi in amore: flaccidi, raggrinziti, sfioriti, libidinosi, dolcissimi. Vecchi corpi con le spalle al muro non solo nel disperato
senso cantato da Renato Zero a Sanremo ('vecchio' è parola nobilissima, alla faccia del politically correct). Stile tedesco: nessuno scandalo nella sensibilità." (Alessio Guzzano, 'City', 29 maggio 2009)

Note

- 'COUP DE COEUR' DELLA GIURIA DELLA SEZIONE "UN CERTAIN REGARD" AL 61. FESTIVAL DI CANNES (2008).