Chéri
di Stephen Frears
con Michelle Pfeiffer, Kathy Bates
Trama:
All'inizio del Ventesimo secolo, a Parigi, le cortigiane (prostitute d'alto borgo), erano solite frequentare ed intrattenere i rampolli aristocratici. Tra queste, Lea De Lonval, che nonostante sia ancora una donna molto affascinante, ha deciso di abbandonare il mestiere. Un giorno però, la sua amica ed ex "collega", Madame Peloux, le chiede il favore di "svezzare" il figlio, Chéri, e prepararlo alla vita da adulti... Tra i due nasce però una forte passione, che si trasformerà in una duratura relazione amorosa. Ma dopo sei anni, la loro storia arriva al capolinea, perché il ragazzo si vedrà costretto a sposare una donna molto più giovane e ricca di Lea...
Critica:
Dopo poco più di vent’anni, Stephen Frears torna a cimentarsi con un testo di un autore francese. Nel 1988, il regista inglese, mise in scena "Le Relazioni Pericolose" di Pierre Choderlos de Laclos, ora è la volta di due libri della scrittrice Colette, "Cherì" e "La fin de Cherì". Per farlo, si affida allo stesso sceneggiatore di allora (Christopher Hampton) e soprattutto richiama a sé quella Michelle Pfeiffer, che già aveva lavorato con lui nel 1988, affidandole proprio un ruolo non troppo dissimile da quello che nelle "Relazioni Pericolose" fu di Glen Close, ossia quello della cortigiana che fa della propria bellezza e avvenenza, ma anche e soprattutto della propria intelligenza, gli strumenti della propria "professione".
Film girato con l’eleganza e l’intelligenza proprie del regista inglese, "Cherì" racconta della relazione amorosa tra una bellissima e raffinata cortigiana Lea de Lonval, la Pfeiffer per l’appunto, e Cherì, un giovane e bel ragazzo, figlio di una delle vecchie rivali e colleghe (Katy Bates) di Lea. La storia, paradigmatica di un’epoca (la Belle Epoque), dove a grandi e trascinanti amori seguivano altrettante delusioni dirompenti e sconvolgenti, può anche diventare, se vista con un occhio da analista, anche l’emblema dello scorrere della vita, se si affidano ai tre personaggi principali valenze didascaliche. Scontro generazionale, come in fondo avveniva anche nel libro di Laclos, dove classi e ceti sociali sembrano annichilite dallo sfarzo di lustrini e candide piume. E Frears coglie perfettamente questa atmosfera rappresentandoci un ambiente del tutto avulso dalla realtà che lo circonda – eppure la prima guerra mondiale è alle porte – come una favola della quale trarre un’amara morale. Attenzione, dunque, alla ricostruzione degli ambienti, la Parigi di inizio secolo scorso, sospesa tra l’antico splendore napoleonico e lo stile liberty che si impone, una cura particolare dei colori e delle variazioni cromatiche (bellissima la carrellata nel roseto): scene che fanno da sfondo a dialoghi tesi e serrati nei quali gli attori chiamati a duettare (la Bates su tutti) si incastonano perfettamente senza sforare, adeguandosi al ritmo da "andantino" a cui tutto il film si ispira. Ritmo e cadenze, spesso sottolineate da una colonna sonora molto presente e alla quale si affida un ruolo di prezioso accompagnamento.
Un film raffinato, leggero fino che non mette in mostra l’amarezza di fondo che lo attraversa.
Daniele Sesti DA FILM UP
Critica
"Nel film di Stephen Frears tratto dai due romanzi che molti giudicano il capolavoro di Colette ('Chéri' e 'La fine di Chéri') c'è tutto ciò che dovrebbe rendere un lavoro attraente e personale. Invece, malgrado l'eccellenza del cast e degli autori, 'Chéri' finisce per riflettere quella ricerca di certezze e riconoscibilità, quella volontà di rassicurazione, quella medietà senza rischi che domina molto cinema di oggi. Scandito da una voce narrante che commenta e distanzia il racconto, dominato da Michelle Pfeiffer nei panni della matura e ricca cocotte che si innamora per gioco del figlio 19enne di una collega cresciuto sulle sue ginocchia, salvo poi restare con lui per ben sei anni, 'Chéri' è infatti brillante, accurato, un poco lezioso, godibile nei duetti fra Michelle Pfeiffer e la suocera Kathy Bates, come sempre magnifica; ma anche stranamente atono, languido, senza nerbo, indeciso fra scherzo e dolore, ritegno e effusione. Perché girare oggi questa storia, con una star bravissima ma filiforme, contrariamente a tutte le celebri mantenute della Belle Époque che sfilano opulente e trionfanti sui titoli di testa? (...) Magari ci sono altre ragioni, nessuna però giustifica fino in fondo un film esteriore e decorativo, adagiato sul talento delle primattrici, sul fascino dell'ambientazione, sul richiamo facile di un soggetto che però sfiora appena incorniciandolo fra 'bons mots' e profumi di salotto più che d'alcova. Anche se il giovane Rupert Friend, volto preraffaellita, spleen adolescenziale fugato a colpi di oppio e di piaceri della carne, non sfigura affatto in questo ruolo paraedipico e tutt'altro che facile cui però l''horror vacui' dell'estetica corrente toglie l'arma più forte: il vuoto, appunto, lo smarrimento, la vertigine." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 28 agosto 2009)
"Il nuovo Stephen Frears è stato in gara a Berlino con 'Chéri', a lezione di sesso da Colette. È un'immersione non proprio profonda nella Belle Époque. Ha i colori decadenti e profumati che ritroviamo in Mucha, una musichetta insolente e generosa, alla Piovani (di Alexandre Desplat); costumi, mobili, Grand Hotel, merletti, gioielli e Cognac d'epoca, mozzafiato, ma la british renaissance sembra tuttora troppo e solo questo, nonostante un manovrare la macchina da presa non privo di giocosità floreale. La Belle Époque, però, coincide con Bismarck e con la spartizione dell'Africa, quando tutte le grandi capitali europee sfoggiavano una ricchezza prepotente e esagerata, palazzi gonfi di inessenziale, esibendo il frutto massimo di una secolare rapina coloniale (rimossa). (...) È il mondo, immondo e spettacolare, che già Vincente Minnelli aveva glorificato e scorticato vivo nell'indimenticabile musical sepolto di Oscar, con Maurice Chevalier, 'Gigi'. E che viene rievocato qui, con un cast all'altezza (vedi Kathy Bates), in una botta di nostalgia e forse autobiografia, da Stephen Frears. Che richiama un'attrice esperta, come l'eroina di 'Viale del tramonto', ma più nuda, Michelle Pfeiffer, sex symbol dimenticata, e qui ancora tipica, piccante eroina degna di Leclos. E Christopher Hampton, sceneggiatore che fu al suo fianco nella trasposizione, 20 anni fa, del geniale manifesto libertino 'I legami pericolosi'. Colette, che scrive non durante la Belle Époque, ma più tardi, proprio quando il potere seduttivo e politico delle donne era stato gravemente compromesso dalla «grande guerra», micidiale per il femminismo rampante, vede nel personaggio della Pfeiffer, Léa, il simbolo di una donna nuova. Che, come la fenice rinasce dalle sue stesse ceneri. Da maga sublime del sesso, lautamente pagata a champagne e smeraldi, a prototipo di una donna libera a venire, che costruirà in sei anni, con il suo giovane amante bruno, affidatogli per una settimana, da svezzare, Chéri, un differente gioco di coppia, quasi un'astronave del sentimento amoroso. Senza la quale macchina avveniristica, il sesso, resta pura meccanica celibe, come la tettonica rispetto all'architettura. Emblema di quello che fu non solo un capitolo occidentale della scienza erotica, ma anche un antidoto, poi paralizzato per decenni, alla civilizzazione sterminatrice." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 28 agosto 2009)
"Produzione tedesca girata in inglese da attori americani in un teatro di posa di Colonia, 'Chéri' prende più il sapore delle storie di Wilde che di quelle di Colette. La leggerezza di questi intrecci d'alcova, ma senza squallori, è tipicamente francese. Non è comunque questa la dote precipua di Frears ('My beautiful Laundrette'), sebbene abbia firmato 'Le relazioni pericolose', tratto dalle pagine di Choderlos de Laclos, e già interpretato dalla Pfeiffer. Sono lei e la Bates a reggere il film, sebbene quest'ultima sia credibile solo per talento d'interprete: le manca invece clamorosamente l'aspetto della donna seducente. Quel che la Pfeiffer conserva senza apprezzabili interventi del chirurgo." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 11 febbraio 2009)
"'Cherì' rimane un bell'esercizio di forma, un film che soddisfa gli occhi e il palato come un buon tè inglese con un'alzata di pasticcini alle cinque del pomeriggio, visto lo sforzo di costumi, trine e location e i dialoghi pimpanti di Hampton, presi a prestito dall'omonimo romanzo di Colette. L'unica nota al risparmio è la voce fuori campo, interpretata dal regista stesso, forse un vezzo o una voglia di risparmiare o un nuovo trend." (Massimo Benevegnù, 'Il Riformista', 12 febbraio 2009)
"L'amore di un 19enne che cede e recede davanti alla bellezza che sfiorisce sulle sembianze della cocotte di lusso Michelle Pfeiffer, nel trasferimento anglo-americano di intraducibili pagine parigine Belle Epoque di Colette, non ci convince. Abiti incantevoli, location letterarie, ardori convenzionali. Per fare 'Cheri', Stephen Frears avrebbe dovuto sottoporsi a una trasfusione si sangue francese." (Silvio Danese, 'Quotidiano Nazionale', 11 febbraio 2009)
"Il film è elegante, cinico, spiritoso: molto british, anche se tratto dal romanzo di una francese." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 11 febbraio 2009)
|