
MIO FRATELLO E’ FIGLIO UNICO
Durata 100
Origine FRANCIA, ITALIA
Colore C
Genere COMMEDIA, DRAMMATICO
Tratto da ispirato al romanzo "Il fasciocomunista" di Antonio Pennacchi (ed. Mondadori, 2003)
Produzione CATTLEYA, BABE FILMS
Distribuzione WARNER BROS. ITALIA
Regia: Daniele Luchetti
Attori:
Elio Germano
- Accio
Riccardo Scamarcio -
Manrico
Diane Fleri -
Francesca
Angela Finocchiaro -
La madre
Luca Zingaretti -
Mario Nastri
Anna Bonaiuto -
La moglie di Nastri
Massimo Popolizio -
Il padre
Soggetto: Antonio Pennacchi
(romanzo)
Sceneggiatura: Stefano Rulli -
Sandro Petraglia -
Daniele Luchetti
Fotografia: Claudio Collepiccolo
Musiche: Franco Piersanti
Montaggio: Mirco Garrone
Scenografia: Francesco Frigeri
Costumi: Maria Rita Barbera
PRESENTATO AL 60MO FESTIVAL DI CANNES (2007) NELLA SEZIONE "UN CERTAIN REGARD".
- VINCITORE DI 5 DAVID DI DONATELLO 2007: MIGLIORE SCENEGGIATURA, ATTORE PROTAGONISTA (ELIO GERMANO), ATTRICE NON PROTAGONISTA (ANGELA FINOCCHIARO, EX AEQUO CON AMBRA ANGIOLINI), MONTAGGIO, FONICO IN PRESA DIRETTA (BRUNO PUPPARO).
Come nell'omonima canzone di Rino Gaetano, l'attestazione d'amore fraterno è il tramite per parlare di società e politica, in questo caso a partire dal romanzo autobiografico "il fasciocomunista" di Antonio Pennacchi. Daniele Luchetti compone un ritratto originale di neofascista, ne fa un monello problematico ("c'ho 'na crisi de coscienza, che devo fa'?"), da subito "dalla parte degli ultimi", studente dotato, divenuto picchiatore di destra per carenza d'affetto e considerazione. Iscrittosi all'M.S.I., lo sveglio Accio ne scopre le incompatibilità con la propria indole (l'ideologia rozza e acritica, il quotidiano di partito con il gossip sulle famiglie nobili, i dirigenti che non partecipano alle azioni, la gerarchia interna) in efficaci e dirette scenette macchiettistiche. Il giovanissimo Vittorio Emanuele Propizio si fa amare immediatamente, con una faccia da schiaffi e un incontenibile spontaneismo goffo che spinge continuamente al sorriso. Specialmente nella prima parte il film recupera con esatta freschezza il più acuto cinema italiano dei '60 e l'istantanea di una famiglia proletaria (un'abitazione pericolante, padre operaio di fabbrica, madre votante - ma senza sapere di cosa si tratti - di quello che lei stessa ha ribattezzato "il partito delle casette" per via del simbolo, e tra i fratelli manesche dimostrazioni di legame parentale).
Premesso ciò, va detto che il passaggio di uno dei fratelli alla clandestinità è schematicamente automatico, manca di raccordi proprio quando il tono si drammatizza per arrivare ad un culmine tragico. Rimane quindi il rammarico per il fatto che una commedia sociologica non riesca a superare le difficoltà cinematografiche nostrane rispetto a un'analisi sulla lotta armata, allo stesso passo di un paese ancora incapace di fare i conti col suo rimosso, recente passato.
FEDERICO RAPONI – FILM UP
Critica "Veloce, vivace, ben scritto, ben costruito e ben recitato, tratto dal romanzo 'Il fasciocomunista' di Angelo Pennacchi, 'Mio fratello è figlio unico' di Daniele Luchetti racconta, dal 1968 per qualche anno, di due fratelli che si muovono tra le architetture di Latina ex Littoria e di Sabaudia, città inventate dal fascismo. (...) Il film di Luchetti non è storico né politico: per la prima volta, la divisione politica è un fatto di famiglia. Si spiega l'approdo opposto dei due fratelli con gli opposti caratteri e le opposte esperienze, le loro vite sono seguite come quelle di ragazzi diversamente idealisti. E' un film lieve, spesso divertente, certo non inconsapevole delle perenni lacerazioni italiane. Un po' paternalistico, un poco indulgente e consolatorio, ma ben fatto ed esatto, con una evocazione d'epoca esemplare, per fortuna non affidata prevalentemente alle canzoni." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 20 aprile 2007)
"Pur con l'inevitabile resa ad alcune semplificazione della storia più recente, il film tiene fino alla fine. Il merito è anche di un cast eccellente e benissimo diretto: Scamarcio è convinto e convince. Zingaretti, Anna Bonaiuto e Angela Finocchiaro fanno scintille. Ma davvero sorprendente è Elio Germano, sensibile, poliedrico, capace di coniugare leggerezza e gravità." (Piera Detassis, 'Panorama', 26 aprile 2007)
"Liberamente tratto dal 'Fasciocomunista', romanzo autobiografico di Antonio Pennacchi (Mondadori), 'Mio fratello è figlio unico' è straordinario finché incrocia con leggerezza i tre geni dominanti nel Dna del cinema italiano, la commedia, la famiglia, la politica. E' bella e feconda l'idea non così paradossale di raccontare il fiume carsico del fascismo come una storia di famiglia, anche perché Luchetti schizza con tocchi veloci un certo fascismo popolare, antiborghese e antiamericano, o poco frequentato dal nostro cinema. E' vivace ed esatto il ritratto dei due fratelli, Accio fascista per dispetto, e Manrico (Riccardo Scamarcio) comunista per tradizione e dongiovanni per vocazione. Ed è semplicemente impagabile la scena in cui il povero Accio resta senza fiato davanti al sorriso dell'ennesima fidanzata di Manrico (Diane Fleri), ma non può far altro che mangiarsela con gli occhi, prepararle un caffè, proclamarsi orgogliosamente fascista, quindi congedarla con un sonoro 'Mavvammorìammazzata!' che è la più bella e inattesa dichiarazione d'amore dell'anno. Fin qui, finché Luchetti segue questa stramba educazione sentimentale (memorabile Anna Bonaiuto amante materna) moltiplicando sottostorie e citazioni canore, tutto si incastra a meraviglia, amori e politica, cotte e bastonate, rivalità e crisi di coscienza. Ma poi gli anni passano, i personaggi crescono, e dopo uno sberleffo alle follie del '68 (Beethoven defascistizzato), il film sbanda in una direzione insieme fragile e banale. Manrico, non si capisce bene perché, entra in clandestinità, compaiono pistole, attentati, latitanza, mentre Accio continua ad amare in silenzio la ragazza del fratello, nasce perfino un bambino, insomma inizia tutto un altro film cui però non abbiamo il tempo né la voglia di credere. Un vero peccato, o forse un sintomo. Diventare adulti non è facile. Nemmeno per le commedie." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 20 aprile 2007)
"Un buon film, addirittura ottimo soppesando le difficoltà proposte dal soggetto. 'Mio fratello è figlio unico' nasce, infatti, dal confronto tra Daniele Luchetti e il romanzo autobiografico 'Il fasciocomunista' di Antonio Pennacchi, che tocca apici di poesia sporcandosi le mani in un grumo di sgradevolezze e miserie umane e ambientali. Il rischio era quello d'uniformare le vicende della peggio gioventù pre e post sessantottina al pessimo gusto della commedia politica nostrana, in cui la nostalgia suona querula e la faziosità impazza: Luchetti, restando solo in parte fedele al testo come è giusto che faccia un cineasta, riesce invece a cogliere la fatica e il dolore di vivere di personaggi umani-troppo-umani malmenati dalla microstoria quotidiana. (...) Germano è il migliore in campo, con la sua carica di rabbia commovente e impotente ingenuità; Scamarcio regge bene il ruolo, dimostrando che l'idolatria delle teenagers non può costituire una condanna critica a priori; mentre il valore aggiunto è garantito da tutti i comprimari, tra cui spiccano l'ambulante fascistone Zingaretti e la torbida moglie/amante Anna Bonaiuto. L'ultimo capitolo della ballata è il più debole, perché Luchetti prende la rincorsa e non risolve altrettanto bene la caduta nei buchi neri dei funesti anni Settanta. Resta intatta, peraltro, l'originalità di un'educazione esistenziale che incide senza anestesia un passato (?) fatto di cortei e pestaggi, esaltanti canzonette e cattivi maestri, aberranti ideologie e amori viscerali." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 21 aprile 2007)
"Non voleva fare un film politico né storico, Daniele Lucchetti, ma alla fine con Mio fratello è figlio unico riesce comunque a disegnare, sotto forma di una godibile commedia all'italiana, uno spaccato abbastanza verosimile dei turbolenti anni '60 e '70, segnati dal boom economico e dalla contestazione giovanile. (...) Mettendo in primo piano una coppia di attori giovanissimi ma di buona personalità accanto ad altri di provata esperienza, il regista confeziona una sorta di racconto di formazione, non proprio esemplare, a volte stereotipato nel presentare tipi e vissuti della provincia italiana di quegli anni, tuttavia coerente. Ma si tratta anche e soprattutto di un film sui sogni infranti, sugli ideali fragili (e traditi) di una generazione che s'immaginava diversa e che non è riuscita a resistere a sanguinose derive estremistiche. Focalizzando l'attenzione sull'elemento umano, grazie ad un'accorta sceneggiatura, Lucchetti riesce a marginalizzare le vicende politiche, che sono solo un pretesto per raccontare sentimenti ed emozioni di due fratelli che alla fine si scopriranno non troppo diversi, nonostante tutto, e legati più di quanto siano disposti a riconoscere. Un film leggero, ma accattivante. (Gaetano Vallini, "L'Osservatore Romano, 12 maggio 2007)
|