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STORIA

.:: SCHEDA DEL FILM ::.



GLI INNOCENTI
Drabet di Peter Fly

"Gli innocenti" del regista Per Fly è l'ultimo capitolo della trilogia sulle classi, cominciata nel 2001 con "La panchina". Il film analizzava le classi più povere attraverso il ritratto di un uomo che ha toccato il fondo, a cui il destino ha concesso un'ultima opportunità. A questo seguì "L'eredità", al centro della vicenda c'era Christoffer, rampollo di una dinastia di industriali, costretto, dopo il suicidio del padre, a prendere su di sé la ricchezza e la responsabilità della famiglia, che aveva tentato inutilmente di abbandonare.
Ora Fly analizza la classe media, la crisi che l'attraversa, la paura di non vivere ma vegetare, tra un concerto e un programma tv e la sua fuga dalle responsabilità.
Protagonista della pellicola è Carsten, docente universitario di scienze sociali molto noto e amato dagli studenti. Sposato con Nina e padre di un figlio, Carsten ha una relazione con una sua ex studentessa, Pil, attivista della sinistra extraparlamentare, nella cui passione e impegno vede la continuazione delle sue idee. Una notte Pil partecipa ad un'azione di boicottaggio contro una fabbrica di materiale bellico, ma nella fuga rimane ucciso un poliziotto. Pil e i due complici vengono arrestati, e Carsten decide di lasciare la moglie e i figli per stare più vicino alla ragazza. Quando lei gli rivela di essere la responsabile della morte del poliziotto, Carsten la convince a dichiararsi non colpevole come gli altri due. I tre attivisti vengono prosciolti per l'impossibilità di risalire al colpevole. Carsten e Pil cominciano a vivere insieme, ma in breve tempo la routine e i sensi di colpa distruggono la loro unione.

Il titolo del film è sarcastico, nessuno si può considerare innocente, anche coloro che operano per una causa che ritengono giusta, si macchiano di colpe pesantissime. E' indicativo del comportamento di Carsten, e con lui di tutta la classe media, la fuga dalle proprie responsabilità, il porre sempre davanti a tutto il proprio interesse personale. Benché a conoscenza della verità Carsten preferisce anteporre il suo amore, alla verità, alle necessità di una donna disperata. Il senso di colpa che lui prova è, in realtà, solo temporaneo, come dice a Pil, "ti tormenterà sempre meno, finché non sparirà".
Come nei film precedenti anche questo pone sul tavolo molte questioni di carattere etico e sociale: le responsabilità individuali, la libertà di parola, i valori che si vogliono perseguire, ma vengono presentate in modo troppo schematico e didascalico, a volte sembra che le azioni di Carsten siano dettate più da una banale crisi di mezza età, che da reali e profonde motivazioni ideologiche.
Molto bella la fotografia cupa e ombrosa, che nasconde spesso gli occhi dei protagonisti.
Bravissimo Jesper Christensen, che riesce a rendere con appassionata partecipazione la disperazione di Carsten.

Elisa Giulidori FILM UP

Critica
"Prima quell'amore cui, quasi con fierezza, il protagonista sacrifica tutto, poi un pentimento che non lo porta da nessuna parte. Nel gelo. In cifre che scavano in profondo, dando rilievi fortissimi prima ai contrasti e poi alle contraddizioni, con una intensità drammatica (ed emotiva) che in tutti i personaggi, ma soprattutto in quelli principali, fa vibrare via via delle note sempre più nere, all'insegna di un rimorso che non sa però giungere ad alcun riscatto. Reso anche più oppressivo da immagini in cui, nonostante la luminosità nordica che le pervade, domina solo un grigio claustrofobico che tutto annienta. Con un solo errore di gusto: la metafora insistita di un deltaplano che, anziché sottolineare lo sconcerto del protagonista, ne infrange, anche nei passaggi più salienti, le tensioni. Dà volto a questo protagonista Jesper Christensen, già visto negli altri due film di Pyl: una maschera scolpita nel legno, dilaniata, incisa." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 12 aprile 2007)

"Capitolo conclusivo della trilogia che il danese Per Fly ha dedicato alle classi sociali 'Gli innocenti' non è tenero con la classe media, i cui esponenti sono rappresentati come portatori di ambiguità morale, gente in fuga dalle responsabilità volta a volta debole, cinica, vendicativa. Non è piacevole riconoscere nei diversi personaggi comportamenti propri della nostra epoca; (...) Senza pietà per chi cade, però controllato e mai predicatorio, Fly (nomen omen?) avrebbe soltanto potuto risparmiarsi la metafora ricorrente del parapendio, unica ovvietà in un film che, per il resto, non lo è affatto." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 13 aprile 2007)

"'Gli innocenti', film dedicato alla classe media con cui il regista Per Fly completa la trilogia sulla società danese iniziata con 'The bench' (sul proletariato) e proseguita con l'ammirato 'L'eredità' (sull'alta borghesia), è la riproposta di un cinema di idee come andava di moda negli anni '60/'70. (...) In precario equilibrio tra dramma a tesi e melò, il film rischia a volte di cadere in una confusione analoga a quella che lacera il protagonista e tuttavia trattasi di opera coraggiosa e stimolante." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 13 aprile 2007)

"Nell'Italia mèmore del terrorismo un film come 'Gli innocenti' avrebbe mille problemi di verosimiglianza storica e psicologica. In Danimarca invece il teorema di questo cattivo maestro, svolto da Per Fly con implacabile crudeltà, è astratto e potente come merita. Un affondo contro le nostre società opulente, dove per i problemi di cuore ci danniamo ogni giorno, mentre per le questioni di vita o di morte non abbiamo mai un secondo. Come il bel volto del bravissimo Jesper Christensen ci racconta scena dopo scena." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 13 aprile 2007)

"Dopo aver trattato dei poveri con 'La panchina' e della ricca borghesia industriale con 'L'eredità', Per Fly, regista danese, completa la trilogia sulla società contemporanea con Gli innocenti, soffermandosi sul ceto medio. Si tratta di un film complesso, problematico, che affronta un tema delicato - il terrorismo - agganciandolo al protagonista della storia, Carsten, un professore universitario radicale di sinistra, anticonformista, che si scopre di colpo "cattivo maestro". (...) Il suo atteggiamento appare coerente con quanto ha insegnato fino ad allora - "Se si vuole lottare per una società migliore bisogna accettare l'idea che qualcuno possa farsi male, che ci siano delle vittime" - anche se lui probabilmente non sarebbe mai passato dalla teoria alla pratica. Cosa che invece non ha esitato a fare la giovane. Così le certezze di Carsten sembrano scricchiolare di fronte allo sguardo della vedova del poliziotto che chiede giustizia: la vittima era un uomo come lui, con una moglie, un figlio, una vita da vivere. Tuttavia va avanti nell'egoistica difesa dell'ex allieva e amante, gettando all'aria matrimonio e carriera, così scoprendo, amaramente, che i teoremi non sempre reggono alla prova della realtà e che l'ideologia è insufficiente a giustificare ciò che moralmente è inaccettabile. Carsten si trova, dunque, faccia a faccia con la sua coscienza, combattuto tra menzogne, sensi di colpa e laceranti dilemmi, ai quali non riesce a trovare una risposta soddisfacente. Fly decide per il protagonista una comprensibile ma discutibile formula autoassolutoria, in un finale piuttosto ambiguo nella scelta di campo. Ciò non toglie che si tratti di un film ben fatto, che interroga (G. Vallini, 'L'Osservatore Romano', 28 aprile 2007)

 

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