
CENTOCHIODI
di Ermanno Olmi
Anno 2005
Durata 92
Origine ITALIA
Produzione CINEMA11 E RAI CINEMA
Distribuzione MIKADO (2007)
Regia:Ermanno Olmi
Attori:
Raz Degan
Luna Bendandi
Amina Syed
Michele Zattara
Damiano Scaini
Franco Andreani
Soggetto
Ermanno Olmi
Sceneggiatura
Ermanno Olmi
Fotografia
Fabio Olmi
Musiche
Fabio Vacchi
Montaggio
Paolo Cottignola
Scenografia
Giuseppe Pirrotta
Costumi
Maurizio Millenotti
Gli stessi chiodi della crocifissione un cristologico Ermanno Olmi li usa per colpire il pensiero scritto, in un sovvertimento doppiamente significante. Per il regista infatti, Gesù si ribellò alle regole, nel tempio, e al proprio martirio. Due punti che le ideologie e le religioni ora invece impongono, privando l'uomo del bene massimo della libertà. E lo fanno attraverso la presunta sapienza dei libri ("quanta verità è stata scritta in questi testi... A cosa sono serviti? A ingannarci l'un l'altro. C'è più verità in una carezza che in tutti i libri"). Una truffa causa di sofferenze e distoglimento da ciò che conta, ovvero il piacere di una vita semplice, in armonia con gli altri e la Terra. In tal senso, indicativi degli interessi del cineasta sono i tre prossimi lavori in cantiere (tornerà ad occuparsi di documentari come agli inizi): su "Terramadre", riunione mondiale di contadini a Torino per essere di nuovo figure centrali della società, sulla riconversione delle aree industriali di Sesto San Giovanni, sulla ricerca della gioia.
Nel film - annunciato da Olmi come suo ultimo, e quindi ricapitolazione - il profeta protagonista si spoglia dei propri beni (ma fino a un certo punto: porta con sè computer portatile, contanti e carta di credito) e stabilendosi in un rudere in riva al Po incontra la disponibilità generosa e l'aiuto concreto di una commessa di alimentari (sacrale figura femminile portatrice di vita), un ex-muratore, e i "frequentatori del fiume", cioè una poetessa, un pittore e vecchi a cui basta bere tutti insieme un bicchiere di vino rosso. Una comunità dialettale di persone pure, d'animo gentile. Abusive e perciò minacciate da una scavatrice, mostro meccanico per la costruzione di un porto ("la Natura si ribellerà, cancellando ogni cosa che umilia tutte le creature"). Uno dei grandi vecchi del cinema italiano si congeda con un'opera elegiaca, extratemporale, dei poetici dettagli (il sorgere del sole tra l'erba, le contrastanti correnti d'acqua sulla superficie del fiume, la nebbia sull'argine) della fotografia del figlio Fabio.
Federico Raponi FILM UP
Critica - Dalle note di regia: " Il titolo nasce da una mia ossessione, che ogni tanto ho, e che è quella di inchiodare qualcuno per impedirgli di fare del male. Non è casuale la scelta dell'ambientazione della storia, perché il Po, come tutti i fiumi, ha una connotazione che lo distingue dal mare che è l'argine. Quando lo varchi ti lasci alle spalle il mondo, e inchiodare qualcosa che è contrario alla tua idea di vita vuol dire anche varcare l'argine. -
L'ho già dichiarato da tempo: prima ancora di iniziare le riprese sapevo che questo sarebbe stato il mio ultimo film narrativo di messa in scena. Continuerò a fare documentari come quando ho cominciato, più di cinquant'anni fa. Chiedo la cortesia di accogliere questa mia decisione come una scelta presa in serenità, senza motivazioni roboanti né ancor meno con doloroso distacco. Assolutamente non patetico. È per me, oggi, un atto naturale: la conseguenza di una mia trasformazione guadagnata con gli anni vissuti e che ora mi orienta verso altri scopi del vivere, in questo mio prezioso tempo che è l'età 'avanzata'. Ho passato una vita a raccontare storie con il cinema. Ho fatto agire e parlare cose e personaggi secondo la mia immaginazione e la mia volontà. Sempre cercando di essere leale con i miei interlocutori. Un patto che non ho mai tradito, sia quando un film mi veniva bene, sia quando il risultato non era al meglio."
"Ermanno Olmi, il Poeta Solitario del cinema italiano, ci ha lasciato sempre intuire, in tutti i suoi film, il suo personalissimo anelito alla spiritualità. Sia, esplicitamente, rifacendosi ai Vangeli come in 'Cammina, cammina...' o parafrasandoli come nella 'Circostanza', sia, implicitamente, anche solo citando le guerre, l'odio, il perdono, la pace: come nel 'Mestiere delle armi' e, di recente, in 'Cantando dietro i paraventi'. Oggi, arrivato al culmine di un itinerario narrativo che intende qui concludere per tornare al documentarismo delle sue origini, con un rigore ascetico e, nello stesso tempo, con una semplicità di accenti che ne fanno, pur in piena autonomia, il vero continuatore di Bresson, torna, ma con maturati e più sofferti propositi, alle parafrasi della 'Circostanza'. (...) Poesia pura. Con una natura e della gente attorno, dal vero, che sembra ricordarci 'L'albero degli zoccoli', con quel personaggio al centro che ispira solo quiete e serenità, nonostante il gesto che inizialmente gli abbiamo visto compiere, con ritmi distesi in cui però la cronaca sa farsi canto, mentre le immagini sempre limpidamente realistiche di Fabio Olmi vestono di magie misteriose quel quotidiano che sa diventare, ad ogni svolta, magia. Con la grandezza abbacinata dell'arte. Il protagonista, capelli e barba alla nazzarena, è Raz Degan, tanto interiore quanto dimessi e volutamente immediati sono i non professionisti che l'attorniano." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 29 marzo 2007)
"'Centochiodi' è comunque un film d'addio, condensa il pensiero del regista, le cose da lui sempre amate. Il cinema autentico nell'inizio da thriller perfetto (...) Forse non è sbagliato identificare con Gesù il giovane professore che lascia tutto per vivere in povertà sul fiume, che viene creduto Cristo e racconta le parabole evangeliche, che viene arrestato, interrogato: ma anche senza una simile sovrapposizione il personaggio rimane amabile, venerabile, e la gente semplice che abita sulle sponde del Po lo aiuta a metter su casa, lo ammira, mentre la ragazza gli posa la testa sul petto. In ogni caso, 'Centochiodi' è pervaso da un sentimento che lo rende molto, molto commovente; commuovono persino l'acqua gonfia del fiume, la faccia bella di Raz Degan protagonista. E, visivamente, 'Centochiodi' è stupendo." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 30 marzo 2007)
"L'ultimo film di Ermanno Olmi (il regista de 'Il mestiere delle Armi' ha dichiarato che non girerà più film di finzione, ma solo documentari) è di struggente attualità e di ampio respiro. Dice, con l'aura apodittica che solo taluni film 'testamentari' possono avere, che il Verbo quando scritto, e quindi in possesso del potere degli uomini, non ha valore. (...) Una lancia conficcata nel costato della Chiesa, vibrata da un uomo di fede, di spirito, sempre teso a interrogare la sua anima e quella del mondo nell'arco di una filmografia proba e specchiata. E l'urlo di dolore di Olmi non può rimanere inascoltato, soprattutto in un momento storico come quello che stiamo vivendo. (...) L'azione iconoclasta di Olmi è politicamente, culturalmente, eticamente di grande rilievo perché cade sulle teste degli italiani proprio in un momento in cui grave è il 'dettato' della Chiesa nella vita politica e civile del paese. (...) Sappiamo che il film di Olmi non c'entra nulla con l'oggi specifico e che la sua riflessione è secolare e storica. Ma forte è l'impatto che se ne ricava leggendolo alla luce del nostro quotidiano." (Dario Zonta, 'L'Unità, 30 marzo 2007)
"La strage dei libri (meno male!) non vuole essere un'ipotesi reale, ma lo spunto di una parabola. Come il Professorino, Ermanno si confessa 'del tutto responsabile ma non colpevole'; e concede a lui e a se stesso, il flashback, un momento di esitazione nel piantare l'ultimo chiodo sull'ultimo libro. C'è dunque in tanta cultura traditora qualcosa che va salvato? Olmi si conferma lo spregiudicato teologo ruspante che esaltando i pastori condannò i Re Magi nel sottovalutato 'Camminacammina', un uomo di fede più scomodo di un miscredente. Attiene ai segreti della poesia il suo dono di fondere neorealismo e cinema dell'anima in un connubio tanto contagioso che dopo questa ispirata e ispirante rigenerazione rusticana balena per un attimo la tentazione di buttar fuori dalla porta tutti i libri che ci ingombrano la casa." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 30 marzo 2007)
"'Centochiodi', l'ultimo film di Ermanno Olmi, è un film che possiamo definire contro la chiesa di Ratzinger, un'opera culturalmente 'fuori linea'. Oggettivamente fuori linea. Sappiamo bene che il regista non aveva questa intenzione, sappiamo bene che il messaggio è più complesso, che non c'è alcuna ribellione, alcun intento direttamente politico, che quel film è innanzitutto un'opera artistica. Ma rimane il fatto che l'ultimo film dell'anziano regista è il primo grande evento, la prima opposizione artistica e di impatto mediatico alla Chiesa della dottrina militante, che fa prevalere la dottrina sulla fede, che non guarda le donne e gli uomini e la loro vita, ma preferisce definire i valori." (Ritanna Armeni, 'Liberazione', 30 marzo 2007)
"Ermanno Olmi ha annunciato che 'Centochiodi' sarà la sua ultima opera narrativa: poi, tornerà ai documentari con cui iniziò l'attività registica. Ci auguriamo che non vada così; e tuttavia questo ha tutti i caratteri di un film testamento: per il soggetto che propone, per la lucidità con cui lo affronta, per lo stile eccezionalmente maturo che coniuga una spiritualità e una concretezza d'immagine rare a trovarsi al cinema. Olmi ha il coraggio di mettere in scena un nuovo apologo su Gesù Cristo con un impeto polemico che evoca Dostoevskij, una nitidezza d'immagini che fa pensare a Bresson, una leggerezza danzante vicina a Fellini. Dietro le immagini serene della vita di paese, o lo sguardo limpido di un sorprendete Raz Degan, trapela un'invettiva senza acrimonia ma determinata, dura e pura, contro coloro che manipolano il senso della vita, della fede, dei libri. Tutt'altro che predicatorio, il misticismo del regista lombardo ha questo d'impagabile: saperci raccontare di un Cristo quotidiano, che potremmo incontrare in un giorno e in un luogo qualsiasi, con la più assoluta naturalezza, rendendocelo familiare e facendo di noi amici tra i suoi amici. Olmi ci lascia con un compito enorme di enorme responsabilità: scegliere l'amore anziché l'odio, la pace al posto della guerra dipende unicamente da noi." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 30 marzo 2007)
"Ermanno Olmi dice addio al cinema-cinema con una parabola evangelica ambientata nel nostro presente rapace e consumista. Un film che ci riporta al narratore corale e fanciullesco di 'Camminacammina', innamorato degli umili e capace di improvvise accensioni comiche. (...) Ma 'Centochiodi' è anche una fiaba a cui ci piacerebbe credere fino in fondo, perché non sempre l'urgenza del messaggio si sposa al racconto, anzi a tratti pare quasi che personaggi, dialoghi, ambienti, veicolino un discorso vigoroso e condivisibilissimo ma largamente preesistente al film. Succede quando un cineasta ha troppe cose da dire ancor prima che da mostrare e magari forza un po' la mano al racconto. Anche se naturalmente è importante dirle proprio in questo momento e ancora più importante è che a farlo sia il cattolico Olmi, cattolico ma libero, con tutta la foga e la convinzione, lo sdegno e il residuo buonumore di cui è capace. Cosa dice dunque Olmi per bocca del suo seducente (fin troppo seducente) professore in rivolta? Dice che 'la sapienza del mondo è una truffa, Dio non parla coi libri, i libri servono qualsiasi padrone e qualsiasi Dio'. Dice che 'nessun libro vale un caffè con un amico', che 'le religioni non hanno mai salvato il mondo' e i libri 'servono solo a ingannarci a vicenda'. Ma suggerisce anche tante altre cose semplici e insieme miracolose." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 30 marzo 2007)
"Di Olmi regista si può dire che non smette di stupire. Quando, con ritmo inusuale per lui, scandisce in rapide, taglienti inquadrature lo scempio librario e quando la narrazione si adegua al lento scorrere del fiume e il tempo sembra assopirsi. È forse, oggi, l'unico regista a poter girare un film muto, per la maestria nel far parlare le immagini (coadiuvato in quest'occasione dalla splendida fotografia del figlio Fabio). Maestro è anche nella direzione degli attori: Raz Degan, rigenerato dalla "cura Olmi", si esprime con intensità scarna e interiore. Luna Bendandi, la commessa-"Maddalena" del film, sorprende per l'ampia gamma espressiva. Gli altri interpreti gareggiano fra loro nel rendere l'autenticità del proprio personaggio. Le atmosfere liriche (i primi piani delle piante sferzate dalla pioggia, il campionario di volti dei contadini) si alternano alle scene di sottile melanconia che permeano buona parte del film. Nelle varie presentazioni (press-book, libro sul film con interventi di Ravasi e di Magris, conferenze stampa) Olmi ha spiegato la ratio del film: "È l'uomo Gesù che mi interessa... è la figura storica più importante che abbia incontrato...", "Qualsiasi forma di chiesa decreta che il dogma è più importante dell'uomo: io sono contrario a qualunque sudditanza. La vera religione è la scelta personale di ciascuno" e ha ribadito di aver voluto portare sullo schermo "il Cristo delle strade non l'idolo degli altari e degli incensi". Trincerandosi "dietro i paraventi" interpretativi del direttore di una biblioteca ecclesiastica e di uno scrittore (scelta strategica di riconciliazione con i libri?), Olmi si aggrega alla moda del relativismo etico e del cristianesimo "fai da te". (Gian Filippo Belardo, "L'Osservatore Romano", 5 aprile 2007))
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