
YOU THE LIVING
di R. Andersson
Un film di Roy Andersson. Con Jessica Lundberg, Elisabeth Helander, Björn Englund, Ollie Olson, Kemal Sener, Håkan Angser. Genere Commedia, colore 94 minuti. - Produzione Svezia, Germania, Francia, Danimarca, Norvegia 2006. - Distribuzione Lady Film
In un'anonima città svedese s'intrecciano storie di vite umane alle prese con solitudini e inquietudini, ferocemente ingabbiate in scarse soddisfazioni e mancanze di prospettive future. E allora, in un'atmosfera costantemente rarefatta dalla nebbia densa e dal grigiore metropolitano, si muovono figure diafane, che naufragano all'interno della loro anima incerti su dove andare, cosa fare e perché: c'è la giovane maestra che litiga per motivi futili con il marito, c'è la ragazzina follemente innamorata di un giovane musicista, c'è una donna che sfoga sul compagno e nel bere le sue frustrazioni. Ognuno di loro cerca però di rimanere a galla, di reagire con la musica e con l'autoironia, facendosi quasi caricatura di se stesso e delle sue problematiche esistenziali.
Non ha una vera e propria trama questa prima prova cinematografica nel lungometraggio di Roy Andersson: è un'opera che ha il sapore del teatro con gli attori che parlano guardando in macchina e rivolgendosi direttamente allo spettatore, pesantemente truccati, con il viso che diventa una maschera bianca. Una staticità spesso surreale, accompagnata da uno schema fotografico monocromatico che oscilla tra il verde e l'azzurro, circonda ogni minimo e lento muoversi dei personaggi che, quasi sempre ripresi in asettici interni, vomitano le loro ansie e il loro male di vivere.
A fare da sfondo culturale e ideologico un certo gusto dell'assurdo (il pensiero a Samuel Beckett arriva sovente) e del burlesque, che donano alla pellicola una leggerezza cupa e a tratti clownesca, accompagnate dai timbri degli ottoni e dalle sonorità che ricordano il miglior jazz di New Orleans. In una continua alternanza tra scene reali e sequenze oniriche, tutte comunque finalizzate a una profonda semplicità visiva, il film si dipana lentamente perdendo con il passare dei minuti la forza nuova e fresca dell'inizio: sembra non esserci evoluzione, nessun climax che porti il film a una crescita che invece ci si dovrebbe aspettare.
Candidata all'Oscar 2007 come miglior film straniero, questa opera cinematografica ha certamente il gusto della spontaneità e dell'innovazione, ma ha l'amaro retrogusto dell'occasione un po' mancata.
MY MOVIES.IT
Critica "Con una certa voglia di stupire, 'autore mescola storie buffe, disperate e/o grottesche in un'idea di cinema originale che confina con il Lars Von Trier, ma soprattutto col nichilismo di Kaurismaki e con certe invettive fassbinderiane. Fin troppa grazia, ma il miscuglio è di quelli di ordinaria e contagiosa follia, una serie di mini sketch di sogni e incubi contemporanei, gente che soffre, suona, bene, impreca e prega finché arrivano rombanti gli aerei che metteranno probabilmente fine a questi squallori che perfino l'analista non sopporta più. Prima che scompaia, voi cinefili agguantatevi questa chicca." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 19 ottobre 2007)
Se i Festival servono ancora a qualcosa è per preservare geni pazzi e anarcoidi come Roy Andersson. Berlino e Cannes si sono coccolati questo maestro svedese dell'umano e del surreale. You, the living , suo quarto lungometraggio (in 37 anni) ne è una divertente e malinconica dimostrazione: decine di quadri di una quotidianità emarginata, sconfitta e allo stesso tempo fantasiosa. Frasi storiche o banali come «Domani è un altro giorno» o «Nessuno mi capisce» qui diventano tormentoni improbabili, per un'ultima ordinazione al pub o per il pessimismo comico di depresse alcolizzate. La continuity narrativa è affidata alla mente malata del regista e degli spettatori, con un collegamento irriverente e geniale, una vera bomba, tra prima e ultima sequenza. Insomma You, the living è un film da vedere almeno quanto è difficile da raccontare. Perché quello di Andersson è cinema libero e selvaggio (ha creato Studio 24 , una produzione tutta sua in un ex palazzo del telegrafo solo per non avere padroni), perché non ha limiti se non il rigore del suo talento. Piani sequenza, grandangoli, riprese in studio, scenografie scarne e monocolore, Roy si accinge ad ogni sfida, vincendola con deliri onirici sempre più bizzarri. La giovane coppia di sposi con la casa semovibile, l'incubo di un autista che sogna di essere condannato per un grave danno alla proprietà privata, altrui diventano anche una critica a una società rigida e capitalista. Roy non brandisce l'ideologia, ma un'umanità (in)dolente e un enorme bravura registica per raccontare gli sconfitti, gli ultimi. Con divertita ironia.
Da Liberazione, 19 ottobre 2007
Si parla di malessere dell'anima in You, the Living, ma pur essendo nato nel paese di Strindberg e Bergman, Roy Andersson (4 film in 37 anni, e nel frattempo molta premiata pubblicità) non è uno che va a scavare nelle profondità della psiche. Alludendo nel titolo a un verso del grande Goethe («Gioisci dunque, o vivente...»), questo originale regista svedese preferisce piuttosto tradurre la tragedia dell'esistere in un teatrino buffo-malinconico di personaggi che, pur incarnati da attori, sembrano le stilizzate figurette di un fumetto a strisce. In ambienti pastellosi di tonalità verdina e con gli interpreti come acquarellati tinta su tinta (Andersson ha girato tutto in interni, nello Studio 24 da lui fondato a Stoccolma grazie ai proventi degli spot), vediamo succedersi una cinquantina di brevi scenette di varia quotidianità: una donna infelice («Nessuno mi capisce») sempre sul punto di lasciare un amorevole compagno e un cane, suo unico puntello affettivo; lunari suonatori di trombone o di grancassa che si esercitano in solitudine; inquilini che protestano; una ragazzina invaghita di una popstar locale; un barista che ogni volta che chiude rivolge ai clienti la battuta di Rossella O'Hara: «Domani è un altro giorno». Sono situazioni di banale disperazione o comicità, ma i modi della ripresa (campo lungo e piani fissi con un grandangolo da un solo punto di vista) le rendono particolari, come cristallizzate in una speciale surrealtà.
Da La Stampa, 19 ottobre 2007
Fatiche da viventi. In You the living, il bel film di Roy Andersson, sfilano storie di uomini e donne svedesi, ripresi da un'inquadratura fissa. Racconti tragici, ma con leggerezza comica
Un nugolo di aerei passa alto nel cielo. Verso le loro ali scure hanno appena alzato gli sguardi gli uomini e le donne di Stoccolma. Così finisce You the Living (Du levande, Svezia, Germania, Francia, Danimarca, Norvegia, 2007, 95'): su un'immagine evocata all'inizio, nell'incubo di uno dei suoi molti protagonisti. Ripreso con un'inquadratura fissa, l'uomo si sveglia all'improvviso, impaurito dal sogno realistico di un bombardamento. Subito la regia lo abbandona alla sua angoscia, lasciandocene però un'eco che attraversa tutto il piccolo, grande film di Roy Andersson.
Ai "viventi", e alla fatica con cui pagano il loro stare al mondo, si rivolge l'occhio scrutatore del sessantaquattrenne autore svedese. Lo fa isolandoli, mettendoli uno a uno al centro dell'universo. Il film è costruito infatti come somma di storie e inquadrature "minime" e ferme. Ogni inquadratura è appunto un universo a sé, con protagonisti assoluti, nel senso che la loro microstoria accade tutta dentro un luogo circoscritto, finito: una camera da letto, l'angolo di un giardino pubblico, lo studio di uno psichiatra, una birreria, l'androne di un condominio, il negozio di un barbiere.
Sono fisse, dunque, le inquadrature di You the Living, come accadeva quando il cinema era ancora bambino. O meglio, si muovono solo al loro interno: un uomo viene avanti, una donna si mostra alle sue spalle, un terzo scompare alla vista. A questi movimenti materiali se ne aggiungono poi altri, fatti di sguardi tra i protagonisti e insieme di rapporti tra i diversi piani d'attenzione dell'immagine. Ogni inquadratura, infatti, ne ha almeno due, di questi piani, e tra di essi corrono gli occhi dello spettatore.
In una delle molte microstorie, per esempio,in primo piano c'è un impiegato intento al suo lavoro. Più in fondo, sulla destra dello schermo, una porta spalancata scopre un secondo impiegato. «Mi hai chiamato?», gli domanda il primo. Il collega gli risponde di no, e che forse è stato un altro. L'impiegato rifà la domanda a questo, che ora si intravede dietro una seconda porta, sulla sinistra. La sua risposta è no, di nuovo. Forse, suggerisce, lo ha chiamato un altro ancora, e subito gli si rivolge. Al terzo no, i nostri occhi tornano sull'uomo in primo piano. E sul suo volto, dopo questo "movimento immoto", scorgono il riflesso di una delusione muta, come se l'impiegato una volta di più conoscesse una solitudine antica.
Così racconta You the Living: andando a cercare i suoi personaggi nei frammenti del loro tempo quotidiano, e in ognuno di questi frammenti scoprendo un riflesso della loro condizione di viventi. Per lo più è tragica la luce che ne viene, ma accade spesso che sia allo stesso tempo comica. D'altra parte, che cos'è il comico, se non il tragico capovolto? E che cosa allevia di più la fatica di stare al mondo, se non l'arte di opporre alla sua realtà greve l"invece" leggero di una risata? «Nessuno mi capisce», si lamenta con un postino un signore piccolo e grasso. Nella microstoria precedente s'era presentato alla porta della sua bella e le aveva teso un mazzo di fiori. Fulminea, lei aveva richiuso con violenza, e i fiori erano rimasti tra lo stipite e il battente. In platea s'era pianto, certo, ma dal ridere. Ora, in quest'altra microstoria, il pover'uomo tenta di farsi ascoltare almeno dal postino. «Nessuno mi capisce», gli dice appunto. «Capisco», gli risponde quello crudele e distratto, e intanto lo scosta per continuare il suo lavoro.
Andersson certo la conosce e la pratica, l'arte necessaria e difficile della leggerezza comica. Lo fa ridendo insieme con i suoi personaggi, mai ridendo di loro. Anzi, ne assume su di sé le solitudini, le paure, i desideri impossibili. Come loro e con loro soffre la più radicale delle sofferenze umane: quella del vuoto che ci lascia nell'anima l'interminabile bisogno d'essere riconosciuti e ascoltati, desiderati in assoluto. E poi, aggiunge, accade che tutto – solitudini, paure, desideri, mazzi di fiori e crudeltà distratte – di colpo si interrompa, senza che una meta sia stata raggiunta. A quel punto, neppure il capovolgimento comico viene più in soccorso.
Così trascorriamo il nostro tempo, secondo il tragico, leggero, geniale Roy Andersson: come avventori d'una birreria, ognuno muto al proprio tavolo, chiuso e fermo dentro un universo stretto. A un certo punto, il proprietario suona la sua campanella di bronzo e li avvisa: «Fate l'ultima ordinazione». Solo adesso vincono il loro torpore. Tutti insieme si alzano, e si avvicinano al banco. Sulle loro teste sentono il volo di grandi ali nere. Forse, avrebbero fatto meglio ad ascoltarne prima il rombo greve
Da Il Sole-24 Ore, 28 ottobre 2008 |