
LA VIE EN ROSE
La Môme di Olivier Dahan
Anno 2007
Titolo Originale La môme
Altri titoli Untitled Edith Piaf Project
Edith Piaf
The Passionate Life of Edith Piaf
Durata 140
Origine FRANCIA
Colore C
Produzione OLIVIER DAHAN, ALAIN GOLDMAN PER LEGENDE ENTERPREISES, SOCIETE DES ETABLISSEMENTS L. GAUMONT
Distribuzione MIKADO
Regia
Olivier Dahan
Attori
Marion Cotillard: Edith Piaf
Sylvie Testud: Mômone
Clotilde Courau: Annetta Gassion
Jean-Paul Rouve: Louis Gassion
Pascal Greggory: Louis Barrier
Marc Barbé: Raymond Asso
Caroline Sihol: Marlene Dietrich
Emmanuelle Seigner: Titine
Catherine Allegret: La nonna
Gérard Depardieu: Louis Leplée
Jean-Pierre Martins: Marcel Cerdan
Paulina Bakarova: Giornalista americana
Elisabeth Commelin: Danielle Bonel
Nicholas Pritchard: Sig. Jameson
Sceneggiatura: Olivier Dahan
Fotografia
Tetsuo Nagata
Musiche
Christopher Gunning
Montaggio
Yves Beloniak
Sophie Delecourt
Richard Marizy
Scenografia
Stanislas Reydellet
Arredamento
Stéphane Cressend
Costumi
Marit Allen
Effetti
Hugh Welchman
Adam Gascoyne
"Quand il me prend dans ses bras, Qu'il me parle tout bas,Je vois la vie en rose…" cantava Édith Piaf nella canzone che dona il titolo a questo bio-pic a lei dedicato. Una donna con una vita che di rosa ha ben poco: una salute cagionevole, un'infanzia passata tra bordelli e saltimbanchi, una vita sempre segnata da eccessi e da una dose di sfortuna capace di far diventare scaramantico anche l'ultimo degli illuministi e finita a soli 48 anni a causa di una broncopolmonite.
Una vita costellata di fatti drammatici che Olivier Dahan scrive e dirige senza voler essere didascalico, ma cercando di dare un'interpretazione al tutto e non una semplice costruzione temporale. Ecco quindi che fin dall'inizio la storia si svolge su più piani temporali, la gioventù è legata al declino (fisico, mai artistico), il successo all'incapacità di vivere una vita "normale" che sempre l'ha accompagnata. Si viaggia per associazioni di idee, come un collage: per andare dal rosso al giallo, si deve passare per l'arancione. La colonna sonora è ovviamente fondamentale. Dahal ha il merito di non farla mai diventare l'apice di un qualsiasi spezzone, ma sempre una (splendida) conseguenza, o più semplice accompagnamento. Al centro c'è la Piaf, non le sue canzoni. E così si spiega la splendida scelta di non far sentire la voce della protagonista proprio nel momento in cui si esibisce per la prima volta con un grande pubblico, la prima tappa della sua ascesa, per sostituirla con un sottofondo stile carillon che lega concettualmente l'evento alla dolcezza dell'infanzia (in fondo la Piaf sembra sempre una bambina nel film).
Un film bello, ricco di trovate registiche interessanti che evita di fare un'apologia (data l'importanza della Piaf in Francia era possibile cadere nella trappola), ma dando una precisa idea della donna che si celava dietro quella voce così ricca. Stona giusto un poco la scelta di fare vedere la morte della figlia solo a fine film, quando è chiaro che si è trattato di un evento che ha segnato ogni attimo della vita futura della Piaf, e la storia d'amore con il pugile Marcel Cerdan.
Marion Cotillard, splendida in "Un'ottima annata", diventa una superba Piaf a scapito dell'estetica. La voce quando canta è di Jil Aigrot, ma lei come attrice è comunque bravissima. Ottimo anche il resto del cast. I sottotitoli ci sono solo per le canzoni il cui testo ha una particolare importanza a livello narrativo.
Andrea D'Addio FILM UP
Critica "Applausi, commozione e un pizzico di stupore. Erano anni che Berlino non azzeccava l'apertura, diciamolo. Invece 'La môme' ('La vie en rose') di Olivier Dahan, 140 minuti sulla vita e l'arte di Edith Piaf, è il filmone che ogni festival sogna per l'inaugurazione. Un esempio, oggi sempre più raro, di buon cinema popolare, pieno di ambienti, di personaggi, di sentimenti. Il ritratto di una figura leggendaria sbozzato con tratto generoso e rotondo, senza esibire artifici formali invadenti, ma evitando anche la retorica o le riverniciature di nuovo di tanti pessimi biopic. (...) Intanto Marion Cotillard, truccatissima ma mai ridicola, invecchia, ringiovanisce, canta in playback, si confronta con la vera Piaf rilanciandone, auguriamoci, la leggenda con questo film 'per tutti', come si diceva un tempo, che potrebbe accontentare, chissà, anche i palati più esigenti." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 9 febbraio 2007)
"Apertura francese per il Festival tedesco con 'La môme' di Olivier Dahan, dove Marion Cotillard ('Big Fish') interpreta Edith Piaf proprio come Helen Mirren interpretava la regina Elisabetta in 'The Queen' e veniva premiata alla Mostra di Venezia: imitandola. Lo fa benissimo, ma è veramente questo che si vuole da un attrice? (...) A quarantatré anni dalla morte della Piaf, più che la sua voce, è il potere della lobby lesbica a farla riproporre da questo film compilativo ma dignitoso, girato con vasti mezzi e che ha ottenuto la prima vetrina del grosso festival più gayo che ci sia. (...) Peccato che Dahan abbia esitato nel concludere il film, dandogli quattro finali e poi ricominciando, fino a concludere nel modo più banale: alternando, come nel resto del film, immagini dell'atroce declino dalla Piaf (a quarantotto anni ne dimostrava il doppio) a immagini degli atroci inizi. Il tutto in due ore e venti, quando si poteva chiudere decentemente in un'ora e mezza. Peggio, due ore e venti dove ci si raccapezza solo se si conosce già il personaggio." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 9 febbraio 2007)
"Nel suo affascinante collage biografico il regista Olivier Dahan, privilegiando i tormenti e le estasi della 'Mome' (la chiamavano così, la marmocchia), trascura un po' il fatto che le parole di 'La vie en rose' (come quelle di altre canzoni) Edith se le scrisse da sola: era dunque una poetessa, sia pure di formazione ruspante. E forse bisognava dare qualche risalto a quella che Marc Robine nel suo libretto 'Il était une fois la chanson française' chiama la nebulosa Piaf, cioè il fertile contesto in cui la diva si impose come centro motore di straordinarie energie creative, non solo artisti come Gilbert Bécaud, Yves Montand, Charles Aznavour, Francis Lemarque, ma anche parolieri, compositori, produttori musicali. (...) La parabola umana è rievocata in un artistico disordine che salva il film dalla banalità della biografia con il personaggio che passa nel tempo. (...) Al di là di ogni elogio l'eroica prova di Marion, il cui strepitoso risultato non si deve soltanto alle sei ore giornaliere di manipolazioni facciali perché il segreto della recitazione sta nell'occhio, che non si trucca, e nell'arte di muovere le mani. Sicché l'interprete esce vincente dalla sfida di accompagnare il playback con la mimica e lo sguardo; e a questo proposito va segnalato il paradossale felicissimo colpo di regia per cui il primo trionfo della Piaf è raccontato togliendo la voce della cantante e contrappuntandone le espressioni con quelle del pubblico ormai conquistato una volta per tutte. Tra altri difetti, che non mancano, 'La vie en rose' ha quello del congedo lento. I1 finale si trascina a lungo introducendo fra altri insistiti tocchi sentimentali il particolare della figlioletta morta precocemente che a quel punto è superfluo. Era meglio arrivare prima a 'Non, je ne regrette rien', una canzone che esprime il senso di una vita." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 4 maggio 2007).
"Non tutto nel film funziona a questo stesso grado di eccellenza. Rifiutando l'ordine cronologico Dahan percorre avanti e indietro gli eventi della biografia puntando alla suggestione più che alla completezza, con risultati discontinui. Molti fatti anche notissimi riguardanti Edith non figurano proprio, mentre altri sono ampiamente rappresentati in un'alternanza di momenti riusciti e altri meno. Pure qui particolare attenzione è dedicata al capitolo Cerdan, che com'è risaputo morì in un incidente aereo proprio nel pieno della sua romantica relazione con la Piaf. Lo interpreta il prestante Jean-Pierre Martins in un cast che risulta tutto adeguato: dal carismatico Gerard Dépardieu che impersona da par suo il primo scopritore della Piaf misteriosamente assassinato, a Emanuelle Seigner prostituta di buon cuore; da Jean-Paul Rouve padre snaturato e Clotilde Coureu (consorte nella vita di Emanuele Filiberto di Savoia) nel difficile cammeo di madre squilibrata. Autore del poco memorabile 'I fiumi di porpora 2', Dahan si dimostra qui un regista da tenere d'occhio per il modo in cui, utilizzando al meglio scene e costumi, sposa spettacolo all'americana e cinema francese classico (come non ricordare Jean Renoir?). Inutile aggiungere che la colonna musicale è un godimento continuo." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 4 maggio 2007)
"Piacerà a quelli che... dove c'è il drammone che t'angoscia, ma anche gli intermezzi musicali che ti ristorano l'anima. Dove non sono evitati i momenti duri, ma sono accuratamente dribblati i lati solo sgradevoli. La droga (che fu la vera assassina di Edith ) è solo enunciata. I suoi molti giovani amanti neppure nominati (fece da nave scuola, tra l'altro, a un paio di emigranti colle pezze al culo destinati a diventare Yves Montand e Charles Aznavour). E a somiglianza dei modelli americani, 'La vie en rose' non sbaglia gli attori. Marion Cotillard (la bella di Provenza di 'Un'ottima annata') non assomiglia a Piaf neppure un po' (è alta almeno due palmi in più) ma è una forza della natura. La nuova, grande, primadonna di Francia." (Giorgio Carbone, 'Libero', 4 maggio 2007)
"Portare sullo schermo un film su Edith Piaf, non sulla vita della cantante, è stata una sorta di scommessa data l'"inafferrabilità" del personaggio e l'intricatissima serie di vicende legate alla sua vita, anche se breve (la cantante morì a 47 anni). La scommessa l'hanno vinta insieme il regista e l'attrice protagonista. Olivier Dahan ha confezionato un film "popolare", ma sobrio e ben scandito, evitando le insidie del "melo", del sentimentalismo o della semplice ricostruzione biografica per puntare sull'autenticità delle atmosfere e sullo scandaglio interiore. Marion Cotillard, sottoponendosi alla tortura di sei ore di trucco quotidiano, ha sacrificato la sua avvenenza per incarnare non solo il fisico minuto, i movimenti, gli sguardi ma la complessa psicologia e i mutevolissimi stati d'animo di questo leggendario personaggio. (...) La vie en rose è pregevole anche per l'accurata ricostruzione ambientale della banlieu di Parigi, per il ritmo avvolgente che fa dimenticare le quasi due ore e mezzo della proiezione e (c'è da dirlo?) per la colonna sonora che ripropone, spesso con la voce della Piaf, canzoni che sono divenute l'emblema, non solo musicale, di un'epoca. (Gian Filippo Belardo, 'L'Osservatore Romano', 5 maggio 2007)
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