
L'amore ai tempi del colera
Titolo originale: Love in the Time of Cholera
Nazione: U.S.A.
Anno: 2007
Genere: Drammatico, Romantico
Durata:
Regia: Mike Newell
Cast: Javier Bardem, Benjamin Bratt, Hector Elizondo, Catalina Sandino Moreno, Giovanna Mezzogiorno, Liev Schreiber, John Leguizamo, Laura Harring, Patricia Castañeda, Fernando Montenegro
Produzione: Stone Village Pictures, Grosvenor Park Media ltd.
Distribuzione: 01 Distribution
Data di uscita: 21 Dicembre 2007 (cinema)
Trama:
Una vicenda epica e coinvolgente, che abbraccia mezzo secolo di vita nella complessa, magica e sensuale città di Cartagena, in Colombia, dove si racconta di un uomo che aspetta più di cinquant'anni per unirsi al suo unico, vero amore. Florentino Ariza (Javier Bardem), poeta e impiegato al telegrafo, scopre la passione della sua vita quando vede Fermina Daza (Giovanna Mezzogiorno) dalle finestre della villa del padre. Grazie ad una serie di lettere appassionate, Florentino gradualmente conquista il cuore della giovane. Ma il padre di lei (John Leguizamo) s'infuria quando scopre la relazione e giura di volerli tenere separati per sempre. Fermina è costretta a sposare un sofisticato aristocratico, il dottor Juvenal Urbino (Benjamin Bratt), che ha riportato l'ordine e il primato della medicina a Cartagena, bloccando le ondate di colera che colpivano misteriosamente la città. Juvenal la porta con sè a Parigi dove rimangono per anni. Quando rientrano insieme a Cartagena, lei ha praticamente dimenticato il suo primo amore. Ma Florentino non l'ha scordata. Ora lui è un facoltoso negoziante e, seppure impegnato ad amoreggiare qua e là, desidera ancora Fermina. Il suo cuore è paziente ed è disposto ad aspettare tutta la vita per avere la possibilità di tornare con lei.
Prendete un versatile regista inglese, un tipo alla mano, di bocca buona pur con una laurea a Cambridge nel cassetto, capace di accostarsi ad un Harry Potter senza rinnegare un Donnie Brasco.
Scegliete nel vasto panorama letterario mondiale un mito “infilmabile”, uno di quegli scrittori evocativi e sublimi cui molti scelgono per principio di non accostarsi, paventando allergie poco nobili alla carta stampata che non rendono giustizia al capolavoro nascosto tra gli scaffali. Miscelate l’improbabile duo con un cast quantomeno peculiare, iper caratterizzato, colorito a tinte forti quanto il panorama colombiano che fa da cornice alla vicenda narrata.
La magia sceglierà poi di compiersi o non compiersi: l’impegno di certo è stato profuso a manciate molto (troppo?) generose.
Quella che, poco originalmente, ci si presenta sulla locandina come “la più grande storia d’amore mai raccontata”, è la tutt’altro che canonica ode al romanticismo che vincola per più di mezzo secolo Florentino Ariza (Javier Bardem), in principio giovane telegrafista e poeta, a Fermina Daza (Giovanna Mezzogiorno), bella figlia di un collerico arricchito. A cavallo tra Ottocento e Novecento, la vita dei due, per i celeberrimi “cinquantatre anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese”, li vedrà destinati a differire la felicità insieme fino all’improbabile, meravigliosa riunione: prima il padre di lei, poi gli anni depositatisi fra i due sono veleno tossico contro il loro amore timido di adolescenti voraci. Ed è inevitabile per Fermina rifarsi una vita, sposare un rassicurante dottore, ignorare la voce ammaliante e pericolosa del ricordo. Ma Florentino non si arrenderà.
Il Sudamerica dei battelli fluviali, squisitamente grottesco, visionario e decadente dal quale i romanzi di Gabriel Garcia Marquez - perché di lui si tratta - ci hanno reso dipendenti ci si mostra qui nel più barocco affastellamento di cortili, pollame e vegetazione rigogliosa. E, proprio per questo, soffoca.
Spiace constatare che della folle mistica marqueziana siano rimasti unicamente gli scheletri dei personaggi a fare monito. Javier Bardem, sex symbol ispanico e molto di più, come sempre riesce ad operare su di sé la sorprendente metamorfosi che lo ha mutato da feticcio taurino di Almodòvar in straordinario paraplegico per Amenàbar, ma forse eccede nel rattrappirsi sotto le spoglie sfuggenti dello spasimante di Mina, trasformando in un gobbetto mansueto che procede a piccoli passi quella che doveva essere l’ombra risoluta, lieve ma inesorabile dell’amante inesausto di mille donne e di un’unica donna. La nostra Giovanna Mezzogiorno, altrove conquistatrice di critica e spesso sorprendentemente intensa, mal adatta gli occhi algidi e l’incarnato diafano ai sapori di una terra di sole qui dipinta in modo sin troppo vivido per amalgamare piacevolmente la discromia. Il regista Mike Newell, per sua stessa ammissione, non riesce a non brutalizzare l’opera sottoponendola a cesure inevitabili ma severe, privando i personaggi di motivazione intrinseca e l’intero lavoro di suggestioni irrinunciabili. Ascia alla mano. Finché, purtroppo, l’affresco che splendidamente macchia il bianco e nero della pagina scritta non rinuncia a compiere il balzo, a staccarsi da quella copertina, riducendo a macchietta e cerone ciò che doveva essere seducente febbre.
Domitilla Pirro da FILM UP
Critica "Se c'è una qualità che non si può negare a Garcia Marquez è quella di una vitalità straripante e coinvolgente. Se c'è una qualità che manca alla versione cinematografica dell''Amore ai tempi del colera' è proprio quella della vitalità, della passione, dell'emozione. Di fronte a una storia d'amore che dura senza cedimenti (più o meno ...) per '53 anni, 7 mesi e 11 giorni (e notti)' il lettore non può trattenere la commozione e forse anche le lacrime. Mentre lo spettatore aspetta invano per due ore e 19 minuti che il ricordo della pagina scritta si accenda sullo schermo e sbocci come un fuoco d'artificio. (...) È evidente che la preoccupazione della produzione era per prima cosa quella di offrire uno spettacolo all'altezza della fama del romanzo: molte riprese nei luoghi reali in cui è ambientata la storia (Cartagena e la Colombia), grandi masse, la capacità di rendere credibili, e non solo sui volti degli attori, lo scorrere del tempo. Affidando alla fotografia di Affonso Beato e a un bel numero di tramonti il compito di accentuare ancora di più il lato spettacolare del film. Un cast senza vere star internazionali ma con attori di provata bravura avrebbe poi dovuto far pensare a un film dove la recitazione e più in generale la passione emotiva dovevano essere il perno dell'operazione. E invece proprio qui''L'amore ai tempi del colera' rivela le sue debolezze più grandi. (...) Quello che in Garcia Marquez è la vitalità sanguigna, e contraddittoria, degli esseri umani che possono dire sia di voler 'essere felici senza amore e suo malgrado' oppure che per vivere hanno assolutamente 'bisogno dell'amore', nel film diventa una specie di catalogo di avventure senza passione che un Bardem sempre più andreottesco (ingobbito e senza collo) inanella bellamente. Mentre Giovanna Mezzogiorno è costretta dentro la pelle di un personaggio che al cinema appare fin troppo raffreddato e distante. Il risultato è quello di cancellare l'emozione da una storia che proprio sul coinvolgimento passionale dovrebbe costruire il suo interesse. E viene il dubbio che, messo di fronte a una sceneggiatura più di testa che di pancia, Newell non abbia saputo trovare la chiave per superarne i limiti." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 21 dicembre 2007)
"Il risultato è un prodotto a metà, fedele nelle location e nel racconto, lontanissimo nella suggestione. Per quanto Marquez possa essere amato o meno, le sue pagine hanno il vantaggio di lavorare di fantasia, di giocare sull'iperbole realistica, di lasciare al lettore il compito di spaziare nelle sue emozioni. Se al cinema si tenta di essergli fedeli si finisce inevitabilmente per tradirne l'essenziale, l'elemento fantastico. E così è, anche questa volta. (...) Poche sono le cose che Newell usa male: bravi e diligenti gli attori, magnifici i paesaggi lussureggianti dei Caraibi, ipnotiche le musiche di Antonio Pinto cantate da Shakira (riprovevole invece la scelta di girare tutto in inglese). Fatto sta che per due ore e passa ci troviamo di fronte a una specie di soap molto colorata sull'amore come sentimento eterno, quello che non conosce tempo, al contrario della carne. E dove la struttura e qualche raffazzonamento non fanno che esaltare il carattere popolare(sco) dell'operazione. In questa chiave, il critico e i suoi giudizi piccati è meglio che si faccia da parte e lasci godere e piangere chi ne ha voglia." (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 21 dicembre 2007)
"Qualche tocco di sensualità annegato da pignolerie più illustrative che creative. Fa tenerezza lo sfacciato artificio di invecchiare Giovanna Mezzogiorno e Javier Bardem, una vera anticaglia." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 21 dicembre 2007)
"Nel film non manca nulla dell'universo tropicale, forse come era o come i luoghi comuni ce lo hanno fatto vedere: montagne verdi, alberi, uccelli e pappagalli, fuochi d'artificio, balli popolari, grandi piogge, fiumi, fiori, mercati, bordelli, cappelli di paglia, cattedrali biancorosate, lotte di galli. Quello che manca è l'emozione, la tensione: l'amore, appunto. Del resto persino Francesco Rosi non ci riuscì: la sua 'Cronaca d'una morte annunciata' risulta illustrativa, priva del sentimento della fatalità. E 'Cent'anni di solitudine', il maggiore romanzo di Marquez, non diventò mai un vero film. La grande letteratura latinoamericana, con il suo impasto di realismo e fiabesco, pare respingere il cinema: e questa volta, nonostante il bravo regista inglese, non è andata diversamente." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 21 dicembre 2007)
"Alla fine la cosa migliore del film non è, come lo spettatore poteva sperare, Javier Bardem, grande interprete di 'Mare dentro' e di 'Prima che sia notte', nei panni del perseverante Florentino Ariza, ma Giovanna Mezzogiorno nei panni della sua dea Fermina Daza, che nella reiterazione di quella che potrebbe diventare la sua cifra recitativa - l'algida scontrosa, più dura con se stessa che col mondo, come ne 'L'ultimo bacio' e 'La finestra di fronte' - diventa il vero elemento credibile del film. Dopotutto quale donna, passati i sedici anni, getterebbe alle ortiche ogni senno per seguire il bamboccione padoaschioppano che sembra il Florentino di Bardem per metà del film, e l'anziano che diventa nell'altra metà?" (Paola Casella, 'Europa Quotidiano', 21 dicembre 2007)
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